Jump to content
Novità
  • Capriccio sopra la lontananza, Angelo Gilardino


    Gianni Nuti

    Studio n.1 - Capriccio sopra la lontananza
    da Studi di Virtuosità e di Trascendenza
    (Omaggio a Mario Castelnuovo-Tedesco)

    Nella lettera Mario scriveva anche la sua profezia: «Per grande che sia la tua passione di concertista, sono sicuro che alla fine prevarrà la tua indole di compositore». Per constatare che aveva ragione, mi sarebbero occorsi quattordici anni: fu del tutto naturale che il primo degli Studi di Virtuosità e di Trascendenza, scritto nell’autunno del 1981, consistesse in un Omaggio a Mario Castelnuovo-Tedesco. Appena presa la decisione di interrompere una carriera concertistica con almeno venticinque anni di anticipo sulla normale scadenza, e di rimettere in moto l’attività compositiva abbandonata molto tempo prima, appena agli inizi, senz’altra forza che la mia intima convinzione, a chi avrei potuto pensare se non a lui e alle sue parole? Ma lui non era più lì ad ascoltare i miei progetti. Era lontano. Fu così che il pezzo s’intitolò, con una citazione da Bach, Capriccio sopra la lontananza.  

    La composizione di J.S. Bach alla quale Gilardino fa riferimento è il Capriccio sopra la lontananza del fratello dilettissimo in Si bemolle maggiore per clavicembalo (BWV 992), composto probabilmente nel 1704. Gilardino scrive il suo Studio atonale con un chiaro orientamento verso la tonalità minore relativa, quella di Sol.

    Continuo di semicrome, con riposi su crome. Non figura nessuna indicazione di tempo, e le stanghette delimitano e separano unità di diverso valore, esplicando anche la funzione di legature di frase. L’indicazione Rapido, inquieto è tassativa ai fini del rispetto del carattere della composizione, che propone una inedita formula della mano destra per la ribattitura di note a cellule binarie e un altrettanto inedito effetto di suono. La formula è gradatamente applicata a tutta l’estensione della chitarra. Da protagonista, essa si trasforma in deuteragonista in un episodio centrale in cui prevale un segmento melodico modale in doppie ottave. Alcuni interpreti vi hanno ravvisato una reminiscenza di un brano dei Pink Floyd, complesso rock le cui incisioni Gilardino usava ascoltare in un mangianastri portatile prima di presentarsi in pubblico per eseguire i suoi concerti negli anni Settanta. Si tratta della prima parte di “Wish you were here” dall’album omonimo pubblicato nel 1975: suoni sintetizzati elettronicamente creano una fascia sonora in Sol minore timbricamente ondivaga e avvolgente, su cui galleggia una curva melodica che ascende per valori larghi e discende rapidamente, con forza asseverativa. L’atmosfera vibra di inquietudine statica, di angosciata attesa.

    Con questo Studio, Gilardino riprende uno dei temi poetici che gli sono cari e congeniali dai tempi di Tenebrae factae sunt (1973), quello della luce nera e del sole notturno (al riguardo, egli ricorda, oltre alle letture dei principali testi sulla melanconia, anche le conversazioni che ha intrattenuto con Franco Francese , suo conterraneo, autore del ciclo pittorico Sole notturno e come lui fortemente interessato alla Melanconia di Albrecht Dürer). 
     



    User Feedback

    Recommended Comments

    There are no comments to display.



    Join the conversation

    You can post now and register later. If you have an account, sign in now to post with your account.

    Guest
    Add a comment...

    ×   Pasted as rich text.   Paste as plain text instead

      Only 75 emoji are allowed.

    ×   Your link has been automatically embedded.   Display as a link instead

    ×   Your previous content has been restored.   Clear editor

    ×   You cannot paste images directly. Upload or insert images from URL.


×
×
  • Create New...

Important Information

By using this site, you agree to our Terms of Use.