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graf

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  1. Il corno di passetto, la gironda di bambù, il cornamuso celtico, il facocero tenore: tutte importanti discipline da praticare al biennio. Mai nessuno che si preoccupi del Barbaresco attiorbato! Sous le pont d'Avignom... J'en boirai jusq'a mon plaisir! ( o "sur" ?)
  2. " "Arronzare" non è espressione dialettale, Giorgio, ma italico idioma. Significa "darsi da fare con poca destresi intuisca" e ritroviamo la medesima radice in "ronzare" e "ronzino", cavallo poco destro, poverino lui. Con il prefisso "ar" (sonorizzazione del latino "ad"") si intuisce un supposto "ronza", che non ho proprio idea di cosa essere. E' più facile esemplificare il tutto in parole come "addentare" (prendere con i denti) o "acchiappare" ( prendere per -o con - la chiappa, parola questa italianissima) e così via. Mi preme comunque rassicurarti: non rapinerotti il tuo posto di lavoro. Non solo per ragioni anagrafiche ma perché l'ordinamento non prevede (per ora) l'insegnamento della tromba in fa. Semmai, questa settimana potrei diplomarmi in didattica della tromba marina. P.S.= ou est elle, ma jolie trompe(tte)?
  3. Come quasi tutti sapete, è raro che colui che suona una strumento polifonico si appassioni as uno strumento monodico. Ebbene, un tempo mi appassionai alla tromba e al trombone (veramente mi applicai un pò a tutti gli strumenti). Come i pochi giovani che studiavano seriamente, l'idea di far parte di un complessino mi sorrideva, ed il caso volle che quegli ottoni li suonasse un.collega divenuto poi un noto concertista Apprendere da lui qualche nozione fu roba di un momento: la mia prima tromba fu in si bemolle ed i calcoli per ottenere le note reali erano alquanto facili. Venne poi il momento di assolvere al servizio militare. Mi piaceva molto indossare il cappello con la penna ed esibire le mie stellette di sottotenente autiere della brigata alpina "Julia", quella che era stata massacrata in Grecia. Benché poco portato alla vita militare, quel periodo ha poi costituita per me un bel ricordo di spoensieratezza. Sin dal corso di base (durante il quale avevo imparato a conoscere le olivette all'ascolana) avevo ripreso la tromba, in quanto i soldati non potevano adire il circolo degli ufficiali ed io, essendone allievo, fui incaricato della triplice veste di pianista, chitarrista e ...trombettiere. Fu quando mi assegnarono alla Brigata che venni però in contatto con la triomba in fa. Quando ero di picchetto suonavo io stesso i segnali militari e mi esibivo anche in uno struggente "silenzio" fuori ordinanza. Era facile perché si trattava di intonare soltanto armonici e, tutt'al più, mi potevo azzuffare con l'unico pistone di cui lo strumento era equipaggiato. Dopo lunghissimo tempo, e dopo aver abbandonato l'insegnamento, ho scoperto una cosa nuova. Parlando telefonicamente con il direttore dei servizi amministrativi del Conservatorio di Roma, ho appreso che una recente disposizione, tesa a far risparmiare denaro allo Stato (?) e fastidio ai dipendenti, ha stabilito che di certificati non se ne fanno più. Stavo conducendo infatti un' indagine (oggi !ricerca" è parola vaga che evoca immediatamente sia il MIUR che la scuola elementare delle mie nipotine) su persona scomparsa; sono rimasto assai perplesso perché invitato a farmi rilasciare un'autocertificazione. E qui ritorna la mia tromba. Pongo la domanda: non devo partecipare più a concorsi ( almeno come concorrente ) ma potrrei arronzare eventualmente un punteggio supplementare autocertificando i miei titoli di studio conseguiti tra vavole e pistoni? E magari un diploma di tromba in fa conseguito con nove e cinquanta (tanto per nin esagerare)? Che dire? Cosa ne sanno i docenti di Stato che frequentano questo forum? Io non sto più nella pelle.
  4. 15 Febbraio

    15 Febbraio, Mario Gangi
  5. Arnoldo Foà

    Era del 1916, Arnoldo Foà, veramente un "grande" (quanto si abusa di questa parola!) del '900. Le ultime volte che lo rincontrai furono quando feci con lui un viaggio in treno ( andava alla natìa Ferrara ) e subito dopo, nel 2005, quando recitò nel "Messia" di Haendel (lui che non credeva) assiemme alla mia ex allieva Milena Vukotic. Da ragazzetto non avrei mai pensato di familiarizzare con quell'attore per me così sacrale; tramite fu Mario Gangi, che aveva sette anni meno di lui. Più di Trovaioli, Luttazzi, Simonetti e tanti altri le cui immagini e la cui opera musicale sono custodite nelle teche della RAI, egli mi incuteva soggezione e rispetto, forse perchè ero incline ad identificarlo con il personaggio cui aveva dato per ultimo immagine e voce, una voce eccezionale. Una volta conosciutolo, però, ogni disagio sparì; e si che io ero più giovane di venticinque anni! Ciò che mi affascinò più di tutto fu però il suo lavoro di lettore ( dicitore era la parola in voga ) con i commenti chitarristici di Gangi. Sia che preparassero una registrazione che uno spettacolo, i due mi parevano divertirsi un mondo, anche delle cose più drammatiche; ed in realtà così era, pur essendo ambedue meticolosissimi nella preparazione dei tempi e delle pause, dei volumi e dei respiri. Molto imparavo allora da questi moderni "artisti di un tempo", forse rendendomene i conto solo più tardi e forse solamente in parte. Ad esempio, i puntualissimi manoscritti per Lorca sono ancora in mio possesso, donatimi da Gangi perché li rielaborassi (pensate un pò) nei concerti per voce e chitarra che periodicamente tenevo assieme ad Ileana Ghione. A parte il lato professionale, non potrò mai dimenticare la simpatia e la giocosa schiettezza che animava Arnoldo "sic et naturaliter". Un uomo intelligente e generoso, privo di spocchia (non ne aveva bisogno, per farsi valere), amante della vita e delle Arti. Un addio commosso.
  6. Buon Natale

    Natale è passato da un pezzo e nessuno ha contraccambiato questo augurio. Del resto, sembra che quasi nessuno abbia gradito anche il "buon anno" p.v. che avevo voluto porre in coda al mio off-topic sull'esternazione, rapidamente archiviato dallo spostamento di altro rgomento, avente come soggetto l'attività R. Fabbri ( perché sia stato spostato non lo so ). Anche se il mio intervento è stato in evidenza per poche ore, mi viene da pensare che il mio augurio non sia stato gradito da alcuno ed allora mi aggancio qui per riformularlo, "mutatis temporibus", alla cortesia di Domenico Scaminante.
  7. L'esternazione

    L'esternazione è tra quanto ravvisato dal filosofo tedesco Schopenhauer per comunicare con il mondo, i cui mali vengano mitigati dalla compassione. Detta così, non si vede cosa c'entri la Musica ma, a ben vedere, se la consideriamo un mezzo di comunicazione o comunque di espressione, ne facciamo nostro l'assunto che essa rivesta un carattere universale. E' pur vero che tra l'esternare ed il comunicare ( nonché tra queste due azioni e l' esprimersi ) passa una certa differenza, ma l'atto mediato di 'ascoltare' e persino quello mediante di 'creare' Musica sono riconducibili a quanto si è affermato. E' poi ben noto che, nei tipi della vita, esistono animi più inclini degli altri ad esternare, diventando suscettibili di esser presi soltanto per superficiali o 'buontemponi' (se portati a considerazioni umoristiche o ironiche) per deboli o 'piagnoni' (se desiderosi di comunicare i propri disagi i o dissensi). Più particolarmente, il mondo di oggi (che vuole l'uomo risoluto e privo di dubbi) crea l'immagine dicotomica di un "io" interiore tutt'altro che aderente alla sua immagine esteriore. Un esempio tragicomico è quello del concertista che si "emoziona" ( ma senza darlo a vedere) qualche battuta prima dell'assolo in un brano da camera, pur sapendolo ampiamente alla propria portata; o del solista che, sul più bello, si mette a pensare che il rubinetto della cucina perde acqua. Quella che sto scrivendo, in fondo, costituisce anch'essa un'esternazione, e lo stesso pensatore ottocentesco (che privilegiava la Musica come rappresentazione avulsa dalla volonta', per dirla alla buona) sarebbe forse d'accordo con me. Ripiegandoci pertanto dentro e fuori di noi stessi potremmo ulteriormente migliorarci nel 2014. Buon Anno a tutti (dico tutti), perciò!
  8. La lingua morta

    Per carità,James, non ho nulla da eccepire (anche se per natura anch'io - ottimista d'istinto - tendo da ultimo a dare l'impressione di essere un "pontifex" pessimista e piagnucolante). Argomenti, invece, mi sembra che Lei ne abbia più dì uno, e immagino che il suo supponibile bilinguismo l'aiuti molto a farsi delle idee. Il sottoscritto argomentava però della inopportuna sottomissione della lingua italiana ad espressioni altrui, fermamente convinto che dal linguaggio si passi al costume ed all'offuscamento della piccola storia. Il Cànada di oggi era il Canadà di una volta e Mòntreal non è che uno dei tanti Montrèal ( Monreal,Montereale, Monreale, Monterrey etc); ma questo afferisce ai toponimi, non alla Musica. I Romani si fortificarono imbevendosi della cultura dei Greci, ma li avevano prima sottomessi! Il pensiero elladico, magari sicilianizzato, ha così influenzato persino la poetica e il pensiero dei Padri della Chiesa! E questo non ci è dispiaciuto. Pure i Goti di Asterix (!), che non temevano le armi romane, erano impauriti all'idea che Cesare facesse rapire i loro bambini e li restituisse imbevuti di latiinità e romanità (*. La mia non vuol essere una crociata contro la lingua inglese (anzi...), ma un tentativo di recupero del nostro idioma. Formulo comunque il mio apprezzamento per come Lei conosce l'italiano; magari conoscessi io le altre lingue come conosce la nostra! (*non ho vergogna a dirlo ma, oltre alla Musica, all'enigmistica ed ai libri e romanzi storico-filosofici, ho sempre avuto il gusto della lettura dei fumetti "classici". Un francofono, oltre a leggere di Gargantua o a meditare su Baudelaire, dovrebbe andare in brodo di giuggiole quando un fumetto dissacratore come quello di Asterix recita "il sont fous ces Romains" oppure quando il pirata nero cita "non licet omnibus adire Corinthum" ed altre classicità. Ora sto leggendo nuovamente un vecchio testo di Aldo Ferrabino (che fu mio professore alla Sapienza) dal titolo "L'essenza del Romanesimo" (si trova su "AbeBooks"). Forse il mio intervento così pedante è stato provocato dalla sua rilettura. Mi spiace comunque se,anziché esternare, ho dato l'impressione di voler pontificare.
  9. La lingua morta

    Ricambio e rilancio conj gli nauguri di Natale. P.S.= ho ripetuto un intervento nel tentativo di correggere un errore: sine nobilitatem = sine nobilitate. Mi dispiace!
  10. La lingua morta

    E' così, James; i ceppi linguistici sono tanti, ma principali rimangono quelli studiati dalla filologia germanica e da quella romanza. La prima studia lingue complesse come il tedesco (che ancor oggi conserva i "casi" e i nomi neutri di latina memoria ), la seconda (area romanza, da "romanice loqui") le lingue neolatine tra cui la nostra. L'essenzialità della lingua inglese è derivata dai dialetti britannici e dall'influenza latina (non dimentichiamo che il famoso "vallo" di Adriano da "vallum" è divenuto wall, muro) e l'idioma si è frammentarizzato per ragioni etnico-politiche. Cosi' lo scozzese è, specie nella pronuncia, diverso dalla lingua ufficiale, e parimente l'irlamdese etc. L'eleganza di una lingua non dipende dal suo contenuto ... estetico, ma da un complesso di fattori che sarebbe lungo spiegare; il parere della fillologia è pressoché concorde in merito anche se ad ognuno "piace" maggiormente ciò che ben conosce. Personalmente, ad esempio, a me piace anche il castigliano, ma non come il provenzale; anche se trovo di interesse "acustico" le lingue ugro-finniche di cui non capisco un'ette. Questo intendevo, ma ciascuno può sposare la tesi che vuole, magari argomentando e non ponendo maliziose particelle interrogative. Non credo poi che la lingua inglese, se non fosse efficace, avrebbe la diffusione universale che ha. In proposito, mi viene in mente una frase dell'umorista i J.K. Jerome: "la lingua inglese è la più diffusa nel mondo stante l'incapacità di un inglese di imparare un'altra lingua". Apprezzo molto chi non si prende troppo sul serio.
  11. La lingua morta

    Ce ne sono di belle, come lasciate intendere entrambi, per poca conoscenza del lessico o per puro amore dello snob ( il latino sine nobilitatem il cui significa fu traslato. Del resto, la lingua ottocentessca dell'Otto-Novecento afferente la cultura fu il francese ( quas imetà di "Guerra e pace" di Tolstoi è scritto in tale idioma, ad esempio) mentre la scienza e lecnica hanno poi incoronato l'inglese, meno elegante ma più essenziale e quindi efficace, complice la sua meno evoluta attitudine sintattica. Le parole invece sono rimaste neolatine: tra quelle citate, "location" (locus), "convention" ( da convenio), chitarra (cithara), competition (competitor).... Con action poi andiamo addirittura in Grecia antica (ago=ago latino=fare, agire) e così via. E' pur vero che spesso la dicitura straniera è d'obbligo e buffe mi sembrano perciò le forzature 'autarchiche' che appaiono in altre lingue (esempio calzante lo spagnolo "compiutador(a)" o il francese "ordinateur", che fatalmente stanno divendo desueti a favore della generalizzazione in "compiuter", calcolatore elettronico che prese nome anch'esso dal latino computare. Tutto ciò è divertente ma cela una trappola etica; vi ricordate dell'esame di latino del marchesino Eufemio che, dovendo tradurre "esercito distrutto", si esibì con "exercitus lardi"? Ebbene, lui si che ebbe il premio! P:S: "action" sarebbe la 'suonabilità' dello strumento e si rifà all'altezza delle corde sulla tastiera. Confesso che anche per me ha costituito un significato ignoto, sino a quando non ci siamo accinti alla compilazione di un "glossario" per la Storia della Chitarra della Carish, di cui stiamo curando ora la nuova edizione. Colgo l'occasione per salutare Carlo Defranceschi e mi piace fargli sapere che, oltre a parecchi latinismi, il dialetto ciociaro conserva fonemi e parole austro-francesi.
  12. La lingua morta

    In questa mattinata, se non piovosa almeno plumbea, sto girovagando sul web e, come mi capita in certi casi, leggo qua e là notizie, titoli e discussioni anche di questo forum, tanto per tenermi aggiornato o per lo meno informato quanto al "non tutto ma di tutto". Orbene, oggi (non so perché) mi è capitato di considerare quanto si sia perduto o dissennatamente sperperato del patrimonio costitiuto dalla nostra povera lingua, quella italiana, una volta considerata la più atta a fornire testi da musicare e tale da influenzare le produzioni drammatiche e musicali; penso a Metastasio, a Calzabigi, a Illica e a decine di altri autori. Oggi è per me sintomatico e persino apprezzabile l'autore che di tanto in tanto titoli un suo scritto (o brano o opera) in lingua diversa dalla nostra, visto che siamo contemporanei a noi stessi e subiamo gli effetti della cosiddetta globalizzazione. Farne una riserva mentale no, però, specie per la definizione di eventi o cose di corrente amminastrazione. Lo trovo assurdo (non dirò ridicolo), quando ci sono termini più consoni in italiano. In gioventù, era impensabile -almeno negli anni '50- che noi si acquistasse unj 45 giri nonj cantato in anglo-americano, e poi la storia ci ha dato ragione fino alla comparsa di "canzoni" cantate nella nostra lingua che io ritengo veri e propri "chefs d'oeuvre" (eccolo là!). Impensabile era poi chiamare "pellicola" un film o "barra di mescita" un bar; e così via. Di cosa mi dolgo, dunque? Orbene, le mie ascendenze ciociare, come quelle di Gaio Mario, San Tom maso, Petrassi e De Sica, per citare i più noti, si ribellano quando leggono (è solo un esempio, per carità) definizioni del tipo "Cassino Guitar Competition" o "location" del Fiuggi-festival ed altre amenità di questo tipo che fanno sorridere chi conosce leoperose cittadine ed il rude dialetto dei suoi abitanti. (segue) Il pensiero è quindi questo: se il dialetto ciociaro è ben vivo, perché la lngua italiana sta per morire (in certe occasioni) se non è addirittura morta? Il mio argomentare non ha voluto toccare altre situazioni regionali o titolazioni, per non essere tacciato di disfattismo autarchico, ciò che assolutamente non mi appartiene. L'esterofilia non produce frutti che negativi (mi viene in mente quel post su quel che pensano di noi in Austria); gli antichi Romani conquistarono il mondo imponendo la propria cultura per il tramite della lingua, come poi avrebbero fat to gli anglofoni. A noi non devono interessare territori di conquista, ma la salvaguardia dell'espressione si. Altrimenti ci troveremo schiavi senza speranza, frequentando soltanto nel "sermo familiaris" la nostra maniera di espressionei. Con una lingua morta, Dio non voglia!
  13. Ritorna "Carosello"

    Grossa delusione, quasi una presa in giro!
  14. Ritorna "Carosello"

    Il ritorno di "Carosello" sulla rete ammiraglia relevisiva non può che rimandarmi all'autore delle musiche, uno dei musicisti (quelli veri) che più hanno influito sul mio essere di musicista. Di Raffaele Gervasio ho gia detto e scritto, capito solamente -credo- da chi, non soltanto a parole, si occupa di musica e della componente imprescindibile dall'aspetto chitarristico. Non sono riuscito, ad esempio, ad ottenere una recensione (anche sulle riviste più seguite) del corposo "catalogo" delle sue opere (che catalogo solamente non è, visti gli interventi musicali che vi compaiono). Per quel che riguarda la chitarra, nonché i suoi eventi e costumi, il mio contributo, sollecitato dai curatori e dalla famiglia, può essere considerato un tributo storico di facile lettura. Tornando alle musiche di "Carosello" (una piccola perla di strumentazione), esse sono solo il decollo della minore contribuzione di quella che chiamiamo musica applicata, mai morte nel tempo, come lo sono quelle della "Settimana Incom" o dei "Canti che hanno fatto l'Italia" (RCA- F.Ferrara) per proseguire con le musiche del film "Carosello napoletano" con cui R.Gervasio ebbe la Palma d'oro a Cannes e moltri altri "stacchi", tra i quali i titoli di testa e di coda dei telegiornali. Quel musicista - indissolubilmente legato a Nino Rota- fu presente pure con un' importante produzione da camera, anche con chitarra (dal che traggo motivo di orgoglio essendo stato il suo strumentista di riferimento). La riflessione da fare è questa: anche se la TV (il moderno leviatano) ci ammannisce come 'geniale' l'opera musicale (mi piange il cuore ad usare tale parola) di chi ( grazie a mode ed imposizioni, "vende" e "rende") il buono del passato, prima o poi, ritorna. Attorno ad esso si costruirà una rinnovata immagine; vedremo, quando, vedremo come, vedremo perché..
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