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Se posso esporre il mio punto di vista, credo che il vero punto di snodo sia in quello che dice il M°Gilardino nel post di cui sopra, ovvero che chi non sa "sente", e "sente" più sensibilmente di chi sa. Questa è una affermazione che mi sento di sottoscrivere a pieno, in quanto mi è spesso stato detto questo, dal basso della mia posizione di allievo, da molti maestri, perchè cerco di conoscere la musica, a fondo, e nel mio piccolo cercare di studiare per produrre musica decente, sia dal punto di vista di interprete che da quello di compositore. E che un compositore venga fuori per quello che ha scritto, è sacrosanto, perchè i chitarristi giudicano da chitarristi, a volte investiti di un ego tanto grande da tradursi nella loro mente in una visione estetica illuminante sulla musica (altrui però). Ma i compositori leggono la partitura, e leggere una partitura rimaneggiata è diverso dal leggerla così come è stata concepita. Questa non è un'accusa a Segovia, anzi, ma voglio ribadire che Segovia ha preso posizione sul testo scritto, aggiustandolo secondo la sua idea del pezzo; chi è attaccato alla versione del Maestro non ha nemmeno fatto questo sforzo, segue le orme di chi ha fatto la storia della chitarra non comprendendone alla fine il lavoro, ovvero far si che ogni pezzo di musica "parli" la sua estetica, ed era il suo modo di operare, di concepire l'interpretazione, al punto da modificare dei punti della composizione acchè rispondessero al suo modo di pensare la musica per chitarra. Questo è il punto, c'è chi ha visto l'originale e ha preso posizione, e chi invece si rifiuta di prendere una posizione propria sul pezzo, ma prende per assioma ciò che Segovia ha fatto. Solo questo.

 

Francesco

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Il mio punto di vista l'ho già espresso varie volte in questo forum e rimane sempre lo stesso. La chitarra non è una scienza ma una pulsazione emotiva collocata in un piccolissimo lasso di tempo di circa cinquant'anni. Ogni cosa coincide con il nome di Segovia che - da artista supremo - (ovvero considerato da molti - figuriamoci da me - possessore di doti estetiche superiori) interagì pesantemente sull'opera di alcuni compositori non limitandosi ad eseguire i brani ma ecc. ecc.....come tutti sanno. Ora, non è importante conoscere la radice primaria della volontà di un compositore, perchè le emozioni che io ho ricevuto da un qualsivoglia brano di Castelnuovo Tedesco, o Villa Lobos sono frutto si una miscela sociale (meglio sociologica) contestualizzata con il mio destino temporale. Ho torto, ragione? Poco importa, ma io su questa cosa ci ho ragionato. Non inserisco pertanto nessun elemento di" forza tecnica", e guardo volentieri, anzi registro che il mio punto di vista non è poi così solo e sconsolato se il video di Dimitri Illiarionov che esegue Sor con l'orchestra, non solo spopola in rete ma ha un plauso generale "Sans Suoci"... La "gara" quindi non confronta chi sa di più, ma chi sente di più che è cosa diversa.

Giorgio Tortora

 

E' incredibile, qui si dice che è "non è importante conoscere la radice primaria della volontà di un compositore," ma stiamo scherzando? Io dò e darò sempre il merito a Segovia per aver portato la Chitarra ad affermarsi nel mondo musicale totale e sociale,ma veramente pensate che domani o un qualsiasi altro giorno la Chitarra si ferma perchè (purtoppo) Segovia non è tra noi? Per me il grande, anzi grandissimo merito di Segovia (oltre a quello di suonare)è stato convincere i Grandi compositori del '900 a scrivere per uno strumento denigrato da tutte le sale concertistiche ,(trannne per rare occasioni). E non lo ha fatto chiedendo dei brani musicali ai macellai, ai boscaioli, ai muratori, agli avvocati ecc..per carità tutte categorie rispettabilissime,ma lo ha fatto chiedendolo ai Compositori,e quindi li rispettava,anche se metteva del suo nei brani .Quindi nel futuro la Chitarra si suonerà attraverso i Compositori (grazie a Segovia che li ha convinti).Segovia secondo me ,quando cambiava qualcosa nei brani da Lui chiesti,non lo faceva perchè non rispettasse i suoi Compositori, ma semplicemente perchè voleva mettere anche un po del suo essere chitarrista(poi uno sceglie quale revisione suonare,il mondo è sempre fatto di scelte-per fortuna-) e non so di nessuna lettera o diceria che dicesse che Segovia non rispettasse i Compositori .Io mi sono commosso leggendo(dal libro La Chitarra) che Segovia confortava Mario Castelnuovo-Tedesco nel periodo di Natale prima che dovette emigrare nel USA.Se Segovia non conoscesse a fondo il suo amico Mario e lo comprendesse in tutto e per tutto oggi non avremo tutte le infinite musiche del grande compositore fiorentino(ed è anche il mio compositore preferito assieme a Tarrega).Per favore ma davvero pensate che Segovia non rispettassse i Compositori?

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Non tutto quello che scrive un compositore non chitarrista è eseguibile, quindi si revisiona.

Se quello che ha scritto è eseguibile bisogna suonarlo nota per nota.

 

Segovia ha fatto delle scelte che solo oggi risultano discutibili.

Certamente bisogna conoscere l'originale dell'opera di Manen e scegliere attraverso serie motivazioni, quale versione eseguire.

Oggi non basta più dire "perchè lo faceva Segovia" sarebbe allora meglio suonare la versione originale, almeno abbiamo la certezza che esprime il pensiero di Manen.

 

Per il M° Gilardino.

Sarei curioso di sapere quali sono i principi estetici ed i criteri che Segovia utilizzava nelle sue revisioni.

Grazie della risposta.

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Certamente io non lo penso; nel bellissimo libro di lettere di Segovia a Ponce emerge anche il grande affetto e rispetto di Segovia verso l'amico Ponce, che lui aiutava anche economicamente con grande generosità e sensibilità (ad un certo punto gli scrive qualcosa del tipo: tu sei per me un familiare, e tra familiari ci si aiuta; se hai bisogno di aiuto economico e non me lo dici mi arrabbio).

 

Riguardo ai cambiamenti operati da Segovia sui pezzi scritti per lui ci sono molti fattori che si intrecciano e dei quali bisognerebbe tenere conto: dal fatto che fino ad una certa epoca non era considerato assolutamente disdicevole che l'interprete operasse qualche cambiamento rispetto al testo (nella tradizione operistica questo è tuttora ampiamente in vigore, ed un amico violinista mi ha meravigliato poco fa dicendomi come in una Sonata di un famoso autore moderno è tuttora consuetudine dei violinisti "tagliare" una parte ritenuta prolissa), alla relazione particolarissima che si creava tra Segovia ed i compositori non chitarristi che scrivevano per lui (e che, non va dimenticato, firmavano poi un contratto editoriale per la pubblicazione dei loro pezzi rivisti da Segovia, pezzi che a volte non finivano neanche nel Gitarre Archiv della Schott ma venivano pubblicati dall'editore del compositore - come i pezzi di Castelnuovo - Tedesco pubblicati da Ricordi - e mai mi risulta che abbiano impugnato tali contratti); al fatto normalissimo che un compositore può anche nel tempo cambiare idea, anche più volte ed anche parlandone con l'interprete che ha dato vita concertistica ai suoi pezzi - non necessariamente ogni volta lasciando tracce scritte di questi cambiamenti. A questo proposito cito solo un fatto (ma ne potrei citare tanti) che mi riguarda personalmente.

Qualche anno fa ricevetti un manoscritto di undici pagine di un pezzo da me "commissionato" ad un amico compositore non chitarrista: si trattava di un pezzo che dovevo eseguire in un particolare contesto per cui la durata del brano ricevuto, per quella occasione, mi pareva eccessiva. Chiesi con una certa apprensione al compositore se l'esecuzione del pezzo poteva fermarsi ad un certo punto (verso la metà del manoscritto), che mi pareva adatto. Il compositore mi rispose che non solo questo era possibile, ma che proprio quello era l'originale finale del pezzo, al quale poi, temendo che fosse troppo breve, aveva collegato la seconda parte. Ho poi suonato diverse volte il pezzo in questa versione breve, pensando che prima o poi avrei dovuto farlo anche in quella lunga e "completa". Quando poi è arrivato il momento di pubblicare il pezzo pensavo che il compositore avrebbe voluto che si pubblicasse il manoscritto intero di undici pagine ma la sua indicazione è stata: no, pubblichiamo il pezzo nella forma breve, perché ormai la sua storia concertistica è in questa forma.

 

E così è stato. Ora, siccome di tutto questo che ho raccontato non esiste traccia nel manoscritto originale in mio possesso (anzi, il segno di "fermarsi qui" è scritto con la mia calligrafia), se tra un tot di anni questo manoscritto di undici pagine venisse scoperto e pubblicato sarebbe indubbiamente una cosa interessante, ma non rispetterebbe nè il "vero" pensiero musicale dell'autore, né, tantomeno, la sua volontà - almeno fino ad oggi.

Ma tra cento anni chi lo saprebbe? Potrei benissimo essere accusato di interventi indebiti, di aver addirittura amputato metà del pezzo!

E la mia ormai abbastanza lunga vita di interprete è piena di questi esempi legati alla collaborazione con i compositori.

 

E' vero anche che, in qualche caso che pure ho visto, maldestri interventi editoriali di persone incompetenti hanno un po' rovinato testi che non necessitavano di essere cambiati in quel modo. Mi sembra che la soluzione vada cercata caso per caso con buon senso e buon gusto; certo avere più elementi può aiutare (ma potrebbe anche confondere, come nel caso personale che citavo); nel caso di revisioni segoviane di pezzi scritti per lui e pubblicati con il consenso scritto dei rispettivi autori espresso in un contratto editoriale mi pare che ci siano almeno gli elementi di legittimità che permettono di potere continuare ad attenersi, volendo, anche a quelle edizioni, autorizzate dagli autori fino a prova contraria ed ormai entrate nella storia della interpretazione chitarristica (l'argomento della "storia interpretativa", tirato in ballo dal mio amico compositore nell'esempio citato sopra, mi pare che possa avere una sua legittimità soprattutto in pezzi che vengono suonati ormai da un secolo). Senza nulla togliere alla libera ricerca e senza chiudersi rispetto ai risultati inaspettati che può portare.

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Certamente io non lo penso; nel bellissimo libro di lettere di Segovia a Ponce emerge anche il grande affetto e rispetto di Segovia verso l'amico Ponce, che lui aiutava anche economicamente con grande generosità e sensibilità (ad un certo punto gli scrive qualcosa del tipo: tu sei per me un familiare, e tra familiari ci si aiuta; se hai bisogno di aiuto economico e non me lo dici mi arrabbio).

 

Riguardo ai cambiamenti operati da Segovia sui pezzi scritti per lui ci sono molti fattori che si intrecciano e dei quali bisognerebbe tenere conto: dal fatto che fino ad una certa epoca non era considerato assolutamente disdicevole che l'interprete operasse qualche cambiamento rispetto al testo (nella tradizione operistica questo è tuttora ampiamente in vigore, ed un amico violinista mi ha meravigliato poco fa dicendomi come in una Sonata di un famoso autore moderno è tuttora consuetudine dei violinisti "tagliare" una parte ritenuta prolissa), alla relazione particolarissima che si creava tra Segovia ed i compositori non chitarristi che scrivevano per lui (e che, non va dimenticato, firmavano poi un contratto editoriale per la pubblicazione dei loro pezzi rivisti da Segovia, pezzi che a volte non finivano neanche nel Gitarre Archiv della Schott ma venivano pubblicati dall'editore del compositore - come i pezzi di Castelnuovo - Tedesco pubblicati da Ricordi - e mai mi risulta che abbiano impugnato tali contratti); al fatto normalissimo che un compositore può anche nel tempo cambiare idea, anche più volte ed anche parlandone con l'interprete che ha dato vita concertistica ai suoi pezzi - non necessariamente ogni volta lasciando tracce scritte di questi cambiamenti. A questo proposito cito solo un fatto (ma ne potrei citare tanti) che mi riguarda personalmente.

Qualche anno fa ricevetti un manoscritto di undici pagine di un pezzo da me "commissionato" ad un amico compositore non chitarrista: si trattava di un pezzo che dovevo eseguire in un particolare contesto per cui la durata del brano ricevuto, per quella occasione, mi pareva eccessiva. Chiesi con una certa apprensione al compositore se l'esecuzione del pezzo poteva fermarsi ad un certo punto (verso la metà del manoscritto), che mi pareva adatto. Il compositore mi rispose che non solo questo era possibile, ma che proprio quello era l'originale finale del pezzo, al quale poi, temendo che fosse troppo breve, aveva collegato la seconda parte. Ho poi suonato diverse volte il pezzo in questa versione breve, pensando che prima o poi avrei dovuto farlo anche in quella lunga e "completa". Quando poi è arrivato il momento di pubblicare il pezzo pensavo che il compositore avrebbe voluto che si pubblicasse il manoscritto intero di undici pagine ma la sua indicazione è stata: no, pubblichiamo il pezzo nella forma breve, perché ormai la sua storia concertistica è in questa forma.

 

E così è stato. Ora, siccome di tutto questo che ho raccontato non esiste traccia nel manoscritto originale in mio possesso (anzi, il segno di "fermarsi qui" è scritto con la mia calligrafia), se tra un tot di anni questo manoscritto di undici pagine venisse scoperto e pubblicato sarebbe indubbiamente una cosa interessante, ma non rispetterebbe nè il "vero" pensiero musicale dell'autore, né, tantomeno, la sua volontà - almeno fino ad oggi.

Ma tra cento anni chi lo saprebbe? Potrei benissimo essere accusato di interventi indebiti, di aver addirittura amputato metà del pezzo!

E la mia ormai abbastanza lunga vita di interprete è piena di questi esempi legati alla collaborazione con i compositori.

 

E' vero anche che, in qualche caso che pure ho visto, maldestri interventi editoriali di persone incompetenti hanno un po' rovinato testi che non necessitavano di essere cambiati in quel modo. Mi sembra che la soluzione vada cercata caso per caso con buon senso e buon gusto; certo avere più elementi può aiutare (ma potrebbe anche confondere, come nel caso personale che citavo); nel caso di revisioni segoviane di pezzi scritti per lui e pubblicati con il consenso scritto dei rispettivi autori espresso in un contratto editoriale mi pare che ci siano almeno gli elementi di legittimità che permettono di potere continuare ad attenersi, volendo, anche a quelle edizioni, autorizzate dagli autori fino a prova contraria ed ormai entrate nella storia della interpretazione chitarristica (l'argomento della "storia interpretativa", tirato in ballo dal mio amico compositore nell'esempio citato sopra, mi pare che possa avere una sua legittimità soprattutto in pezzi che vengono suonati ormai da un secolo). Senza nulla togliere alla libera ricerca e senza chiudersi rispetto ai risultati inaspettati che può portare.

 

 

 

 

Beh che un violinista ,un operista o un chitarrista Piero o Segovia o altri,che taglia le parti di un suo amico compositore,sono cose che riguardano la loro scelta,sia del violinista,dell'operista e del chitarrista.Il mondo è libero e per questo è bello. L'importante che non si lancino messaggi del non rispetto dei compositori dicendo che "non è importante conoscere la radice primaria della volontà di un compositore."

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Per il M° Gilardino.

Sarei curioso di sapere quali sono i principi estetici ed i criteri che Segovia utilizzava nelle sue revisioni.

Grazie della risposta.

 

 

Questo è argomento per un saggio di una cinquantina di pagine con molti esempi musicali. Davvero non saprei come trattarlo seriamente in un messaggio destinato ai lettori di un forum-

 

dralig

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