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Georges Migot


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Salve a tutti, volevo informazioni riguardo al compositore e alle sue uniche composizioni che conosco per chitarra: "Pour un Hommage a Claude Debussy" (1924) e "Sonate pour guitare" (1960). Mi sembrano lavori stilisticamente diversi tra loro visto che in effetti passano quasi quarant'anni tra le date di composizione, ma entrambi veramente notevoli, purtroppo quasi sconosciuti. Volevo sapere cosa ne pensano i maestri del forum che magari li hanno studiati ed eseguiti. Grazie in anticipo! 

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Che si tratta di composizioni che meritano l'attenzione degli interpreti.

Di Georges Migot ho studiato tutte le composizioni per chitarra sola e ho dedicato particolare attenzione ai tre preludi e alla Sonata che reputo i suoi migliori lavori per lo strumento.

 

La raffinata e solida scrittura della Sonate pour guitare composta nel 1960 rende la pagina uno dei più importanti lavori sonatistici della prima metà del Novecento. Quasi completamente ignorata dai chitarristi, si articola in quattro movimenti tra i quali è facile individuare un impalpabile filo conduttore che si snoda su agili abbellimenti, melodie di chiara origine vocale e intrecci polifonici.

 

Il primo movimento (“Prelude”) si compone di due sezioni. La prima mostra un’indefinita melodia comparire e scomparire da un oscuro fondo che insiste sulla stessa cellula sul registro basso; i due elementi, apparentemente agli antipodi, si fondono nella seconda sezione dando origine ad una fitta trama polifonica a cui seguono voli pindarici fatti di riecheggiamenti e ariosi abbellimenti. Da questi si intravede appena l’enunciazione di una nuova delicata linea melodica, esposta sul registro acuto, che risuona in lontananza e che, nel momento in cui pare prendere corpo, si smaterializza per dare origine alla ripresa della scura cellula iniziale che, abbellita e con un accenno di sviluppo, porta alla chiusura.

 

Il secondo movimento (“Allant”) è un brioso arabesco nel quale rapidi e leggeri passaggi monodici su due registri creano inizialmente una dimensione responsoriale per poi mostrare le loro affinità in un breve episodio polifonico a cui segue un breve frammento quasi-improvvisativo. La pagina si chiude con la ripresa dell’elemento iniziale sostenuto da bassi e abbellimenti.

 

Degli agili disegni che hanno caratterizzato il primo ed il secondo movimento, nel terzo (“Andante”) non rimane traccia. La pagina è un mesto corale da toni scuri e di abbandono. L’autore porta sulla chitarra una straordinaria scrittura polifonica di ampio respiro nella quale gli intrecci delle linee melodiche, accostati a parti accordali, non sembrano soffrire dei limiti imposti dalla fisicità dello strumento: siamo di fronte ad una preziosa gemma di rara bellezza.

 

Il “Final” che chiude la Sonate è un virtuosismo tecnico-meccanico dove strette figurazioni, fioriture, elaborati arpeggi e scale mettono alla frusta le capacità dell’interprete. Lo strumento diviene una tavolozza dalla quale l’autore – senza mai rinunciare a elegante leggiadria – estrae colori, materia sonora e abbaglianti sprazzi di luce che alterano in continuazione il materiale tematico originale, in una esplorazione musicale che riporta alla memoria i capolavori (e in questi proprio il ruolo della luce) di Claude Monet.

 

Ho avuto modo di lavorare su "Pour un Hommage a Claude Debussy" anni fa prima dell'eccellente revisione di Zigante. 

La revisione su cui lavorai era pessima e dovetti faticare non poco per raggiungere un risultato valido.

Per lo studio  di questa composizione consiglio caldamente l'acquisto del volume "ŒUVRES FRANÇAISES DU XXe SIÈCLE POUR GUITARE" curato proprio da Zigante edito da Max Eschig.

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Che si tratta di composizioni che meritano l'attenzione degli interpreti.

Di Georges Migot ho studiato tutte le composizioni per chitarra sola e ho dedicato particolare attenzione ai tre preludi e alla Sonata che reputo i suoi migliori lavori per lo strumento.

 

La raffinata e solida scrittura della Sonate pour guitare composta nel 1960 rende la pagina uno dei più importanti lavori sonatistici della prima metà del Novecento. Quasi completamente ignorata dai chitarristi, si articola in quattro movimenti tra i quali è facile individuare un impalpabile filo conduttore che si snoda su agili abbellimenti, melodie di chiara origine vocale e intrecci polifonici.

 

Il primo movimento (“Prelude”) si compone di due sezioni. La prima mostra un’indefinita melodia comparire e scomparire da un oscuro fondo che insiste sulla stessa cellula sul registro basso; i due elementi, apparentemente agli antipodi, si fondono nella seconda sezione dando origine ad una fitta trama polifonica a cui seguono voli pindarici fatti di riecheggiamenti e ariosi abbellimenti. Da questi si intravede appena l’enunciazione di una nuova delicata linea melodica, esposta sul registro acuto, che risuona in lontananza e che, nel momento in cui pare prendere corpo, si smaterializza per dare origine alla ripresa della scura cellula iniziale che, abbellita e con un accenno di sviluppo, porta alla chiusura.

 

Il secondo movimento (“Allant”) è un brioso arabesco nel quale rapidi e leggeri passaggi monodici su due registri creano inizialmente una dimensione responsoriale per poi mostrare le loro affinità in un breve episodio polifonico a cui segue un breve frammento quasi-improvvisativo. La pagina si chiude con la ripresa dell’elemento iniziale sostenuto da bassi e abbellimenti.

 

Degli agili disegni che hanno caratterizzato il primo ed il secondo movimento, nel terzo (“Andante”) non rimane traccia. La pagina è un mesto corale da toni scuri e di abbandono. L’autore porta sulla chitarra una straordinaria scrittura polifonica di ampio respiro nella quale gli intrecci delle linee melodiche, accostati a parti accordali, non sembrano soffrire dei limiti imposti dalla fisicità dello strumento: siamo di fronte ad una preziosa gemma di rara bellezza.

 

Il “Final” che chiude la Sonate è un virtuosismo tecnico-meccanico dove strette figurazioni, fioriture, elaborati arpeggi e scale mettono alla frusta le capacità dell’interprete. Lo strumento diviene una tavolozza dalla quale l’autore – senza mai rinunciare a elegante leggiadria – estrae colori, materia sonora e abbaglianti sprazzi di luce che alterano in continuazione il materiale tematico originale, in una esplorazione musicale che riporta alla memoria i capolavori (e in questi proprio il ruolo della luce) di Claude Monet.

 

Ho avuto modo di lavorare su "Pour un Hommage a Claude Debussy" anni fa prima dell'eccellente revisione di Zigante. 

La revisione su cui lavorai era pessima e dovetti faticare non poco per raggiungere un risultato valido.

Per lo studio  di quest composizione consiglio caldamente l'acquisto del volume "ŒUVRES FRANÇAISES DU XXe SIÈCLE POUR GUITARE" curato proprio da Zigante edito da Max Eschig.

La ringrazio per la cortese risposta Maestro, è incredibile come composizioni di tale calibro e delle quali dovremmo essere fieri (come per esempio anche la Sonata di Rózsa) cadano facilmente nel dimenticatoio. Approfitto dell'argomento in questione complimentandomi per i suoi a dir poco incredibili lavori discografici.

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La ringrazio per la cortese risposta Maestro, è incredibile come composizioni di tale calibro e delle quali dovremmo essere fieri (come per esempio anche la Sonata di Rózsa) cadano facilmente nel dimenticatoio.

 

Non cadono nel dimenticatoio, ci vengono gettate.

Le scuse sono le più disparate ma quella più fasulla è che queste composizioni non sarebbero adatte al pubblico di un concerto o all'acquirente di un CD o traccia che dir si voglia.

È una fandonia grossa come una casa e ho le prove per dimostrarlo.

L'unico non adatto a questo genere di repertorio è il chitarrista che si ostina a suonare in concerto colonne sonore di pellicole cinematografiche (con un repertorio vasto e di grande profondità come quello della chitarra nel Novecento e nel periodo contemporaneo, ho sentito persino quella di Star Wars (!), in un risultato che più che una trascrizione ricorda una parodia) quando non musichette sceme.

 

Certe pagine sono pubblicate da quasi mezzo secolo e hanno un numero di esecuzioni che si contano sulle dita di una mano. Di due, quando va bene.

Non parliamo dell'inclusione di questi lavori nelle tracklist delle releases discografiche: sono al limite del rintracciabile.

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