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Nuovi CD di musica del XX e del XXI secolo

Composizioni per e/o con chitarra elettrica


Ermanno Brignolo
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In un altro topic, leggo con piacere, interesse e una certa curiosità, l'approccio - ormai consolidato, oserei dire - della chitarra elettrica nella tavolozza timbrica dei compositori e mi sorge spontanea una domanda.

Parallelamente alla classica, io ho usato (e uso tutt'ora) la chitarra elettrica in molte e molteplici situazioni, dal gruppetto pop dei primi anni di gioventù (no comment... ho detto goventù :) ) ad utilizzi ben più remunerativi in casa discografica, fino all'attuale impiego nel jazz (dove, però, preferisco le corde di nylon... oddio, sto andando OT da solo).

Tornando/venendo alla mia domanda chiedo: quando componete per chitarra elettrica, tenete in considerazione le possibilità timbriche offerte dall'effettistica o prevedete l'uso di un suono "pulito", senza processori ed effetti strani? Nel caso della prima ipotesi in che modo indicate l'utilizzo di un particolare timbro, magari ad un ben preciso livello di saturazione (o "distorsione") o con l'uso di effetti di modulazione (chorus, flanger, delay...) che notoriamente non sono standardizzati e variano per controlli, parametri e complessità non solo da costruttore a costruttore, ma da modello a modello?

 

Grazie a chiunque mi vorrà rispondere!

 

EB

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Non scrivo spesso per chitarra elettrica (beh, in realtà non scrivo spesso in generale!) però ultimamente sto tenendo un gruppo di sei chitarre elettriche per cui trascrivo brani di vario genere. Secondo me l'effettistica è un elemento importante e strettamente legato alla chitarra elettrica. E' un'estensione delle sue possibilità timbriche quindi sarebbe un peccato non farne uso.

Relativamente alla notazione... appunto come dici tu non è standardizzata per cui secondo me va bene qualsiasi tipo di notazione tu intenda usare, magari con una legenda. Per i settaggi degli effetti la cosa è un po' più complessa perché dipende anche dal produttore (nel senso che un Flanger, ad esempio, può avere più o meno possibilità di regolazione in funzione del modello che usi). Per certi effetti la cosa può essere semplice (per esempio, per un Delay, si può indicare la durata in millisecondi e/o il numero di ripetizioni)... Altri parametri spesso devono essere lasciati al "gusto" dell'esecutore, oppure si possono dare indicazioni generiche...

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per me è un mondo vastissimo...tanto quanto quello delle percussioni a cui assimilo un certo utilizzo della famiglia"chitarra" (compreso la preparazione e la percussione propria sullo strumetno classico)...mai "scritto" per l'elettrica preferendo alla scrittura l'improvvisazione e la pratica performativa spesso finalizzata alla composizione elettroacustica (diciamo che quando l'improvvisazione si fa consapevole, si trasforma in tecnica compositiva)...in questo senso è un oggetto decontestualizzato sia dal mondo "rock", tanto quanto da quello della "scrittura"...non apprezzo molto l'utilizzo dell'elettrica che ne è stato fatto in ambito colto, tranne qualcosa, ma sicuramente, a causa della ritrosia dei chitarristi classici, poche sono le occasioni di ascolto di concerti e dei cd, quindi sostanzialmente mi posso definire un ignorante in materia...

il discorso sul timbro è vastissimo essendo possibile oggi con una chitarra midi fare anche un caffe...personalmente lavoro solitamete su tre livelli

- interazione chitarra catena elettroacustica classica (ampli, cascata dei pedali, tipo di chitarra) sostanzialmente derivate dall'utilizzo sperimentale di tecniche classiche

- interazione chitarra computer

- interazione chitarra oggetti con/senza computer

 

Stimolato da ex-allievi che si sono dedicati con successo alla chitarra elettrica, ho provato ad accostarmici, per onorare l'invito a comporre qualcosa, ma confesso che tuttora non ce l'ho fatta: la complessità delle risorse disponibili, e per parecchi versi la loro refrattarietà a un sistema di notazione qual è quello sul quale si è formato il compositore "tradizionale", pongono problemi formali che per il momento non sono riuscito a risolvere. Se il compositore esige di esercitare il controllo sulla materia sonora, tutta intera, la chitarra elettrica diviene un vero puzzle. E l'epoca della musica aleatoria è tramontata da un pezzo...

 

dralig

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E l'epoca della musica aleatoria è tramontata da un pezzo...

 

dralig

 

su questo non sono d'accordo...anzi, è l'unica delle esperienze estreme degli anni 60 che resiste ancora oggi, contrariamente all''artisanat furieux bouleziano...certo i contesti sono altri, spesso l'ambito della sperimentazione sonora contemporanea è più facile ascoltarla nell'ambito del "sistema arte" che in quello musicale...ma, fortunatamente, le ibridazioni e le curiosità reciproche (spesso si osservano tra loro con fare tra il sospetto e la curiosità da entomologo) sono sempre più numerose e spesso anche molto interessanti... tra alti e, naturalmente (molti) bassi...

 

Ha ragione. In questo caso, riferendomi al tramonto dell'aleatorietà, io lasciavo trapelare il mio inconfessato (fin qui) rifiuto di dar fuori degli oggetti sonori che io non abbia definito, almeno a livello simbolico, in tutti i loro aspetti. Mi sembra già di essere anche troppo aleatorio scrivendo tutte le note, le articolazioni, le legature, i segni dinamici, agogici e le espressioni, ma questo non perché io non mi fidi degli interpreti (ai quali lascio libertà): non mi fido della stabilità dell'immagine sonora che, una volta simboleggiata, torna indietro a tentarmi con infinite possibilità metamorfiche. Credo che questo sia pane quotidiano di tutti i compositori. Se fossimo pittori, una nostra opera sarebbe replicabile (e vendibile), tra l'approvazione generale, in cento, mille versioni solo un poco diverse tra di loro (avere in casa un Pollock o, da noi, un Morlotti, significa avere qualcosa di molto simile a quello che ha qualcun altro), saremmo più felici (e molto più ricchi). Invece, se scriviamo due pezzi simili, ci rimproverano di aver impiantato la cucina; e se scriviamo due pezzi diversi, ci incolpano di eclettismo. Brutto mestiere. Come dice Ezra Pound degli scrittori, sarebbe stato meglio aprire una piccola tabaccheria...

 

dralig

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Come dice Ezra Pound degli scrittori, sarebbe stato meglio aprire una piccola tabaccheria...

 

dralig

 

:shock:

sto proprio ora leggendo parte dell'epistolario di Pound...quando la polemica sa farsi arte...grandissimo

 

Eh si, lo scrittore di razza si vede in ogni genere letterario, inclusa la polemica. Di Pound, si può ben dire quel che Proust diceva riguardo il suo immaginario scrittore, Bergotte: l'arte consiste nel potere riflettente assai più che nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso.

 

dralig

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non mi fido della stabilità dell'immagine sonora che, una volta simboleggiata, torna indietro a tentarmi con infinite possibilità metamorfiche. Credo che questo sia pane quotidiano di tutti i compositori.

 

 

già

è una cosa che mi ha sempre affascinato e incuriosito...le tentazioni del materiale...non so chi diceva che il compositore è soddisfatto quando, arrivato ad un certo punto del suo lavoro, "naturalmente" percepisce che il materiale composto, come un ingranaggio, non ha più possibilità di muoversi in nessuna direzione...poco importa il "come" si è arrivati a questa sensazione...può accadere in un attimo, a volte in anni...probabilmente dipende dalla natura del sentimento (di fede?) che il compositore nutre nei confronti del pensiero creativo...

mah

 

forse è un po OT

 

Pablo Picasso non affermava di aver finito i suoi quadri, ma di aver portato ciascuno dei suoi quadri a un differente livello di elaborazione. Credo di aver capito che cosa intendeva dire. Un'opera ha un suo tempo: inizia, trascorre e termina. E' un momento, una configurazione tra mente e animus del compositore. L'opera può venire elaborata coerentemente solo nell'arco di quel tempo: non può essere iniziata prima che quel tempo inizi e, una volta scaduto il tempo - ne incominci un altro, o si cada nell'inattività - non è più possibile lavorare coerentemente all'opera. Nella durata di quel tempo, non è sempre possibile condurre l'opera al massimo livello di elaborazione: a volte si riesce, a volte l'opera, ancorché formalmente conclusa, resta in qualche modo imperfetta. Ma non serve tornarci sopra: i miglioramenti formali operati con il senno di poi sono sempre, in qualche modo, una falsificazione.

 

dralig

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a volte si riesce, a volte l'opera, ancorché formalmente conclusa, resta in qualche modo imperfetta. Ma non serve tornarci sopra: i miglioramenti formali operati con il senno di poi sono sempre, in qualche modo, una falsificazione.

 

dralig

 

uh

grazie, mi conforta il giudizio di falsificazione

ora che sto riportando tutto su finale anche materiale vecchio la tentazione è grande

;)

 

Giù le mani. Quel che è fatto è fatto: consummatum est.

 

dralig

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Il "πάντα ρει" è un concetto "un pò datato", ma che secondo me si adatta bene a questo contesto. Ogni volta che mi trovo a guardare ai frutti del passato, siano esse composizioni (poche!! ma mi impegnerò di più nei prossimi anni!), registrazioni o altro, avrei molto da cambiare, e per resistere devo impormi di lasciare le cose come stanno: sono tutti fenomeni che si collocano in un tempo preciso e da quello dipendono emozionalmente e, forse, consapevolmente... e tali è giusto che restino. Credo che sia, almeno per me, più utile creare qualcosa di nuovo nel presente che cercare inutilmente di far rifiorire il passato... non sono mica un chirurgo plastico... :D

 

EB

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