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Una riflessione sulla musica per chitarra


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Ieri sera mi è ri-capitato tra le mani il volume X della The New Oxford History of Music, precisamente il tomo dedicato alla musica moderna (1890-1960)...
riflettevo su alcune righe dell'introduzione..

Attenzione, stiamo parlando ovviamente di un testo edito (in italiano) nel 1992, mentre la versione inglese porta la data del 1974..ma a "parte" questo...pensavo..
ho sempre creduto che la strada per la valorizzazione del nostro strumento fosse in primis la scelta e lo studio del repertorio di qualità...sorrido quando penso che da studente consideravamo "leggeri" brani quali Albeniz, Rodrigo; ecc...rispetto ad altri di altro spessore e contenuti..ma certo non mi sarei mai immaginato che oggi, a volte, si fa fatica a capire dove...inizia la musica di qualità e...dove, invece, molti chitarristi stanno prendendo strade che identificano il nostro strumento in repertori di..tutt'altra matrice e genere...
sia chiaro, non voglio innalzare l'ennesima polemica...ma riflettevo, soprattutto dopo aver ascoltato (per pochi secondi) due dischi recenti..in cui, confesso, faccio molta fatica a identificare la chitarra a cui ho dedicato e continuo a dedicare... il mio tempo, amando il "suo" repertorio..ma la domanda sorge spontanea...? ...e mi sembra di essere "ri-tornato" ai tempi in cui dovevo spiegare che suonavo/suono la chitarra "classica"....

è cosi antiquata la prefazione della Oxford History?....
ogni tanto si usciva "fuori pista"qualche anno fa.. nei programmi, con qualche brano di Piazzolla...(ai miei tempi)... ma oggi forse...mah !?...
rimpiango i tempi di Bream....e pensare che c'era chi non lo amava..perchè non suonava il repertorio di Williams...ad esempio..già.."diverso"..per alcuni aspetti...
sto diventando vecchio? devo preoccuparmi?
se a me piacciono Tansman, Henze, Berkeley, Von Einem, Takemitsu ...e..e...non riesco..proprio non ci riesco a sentire...da "blasonati" chitarristi..musica che...potrei trovare nei "migliori" locali in...parafrasando Ivano Fossati..da"gli" italiani in argentina?...(gli emigrati che rimpiangevano la loro terra d'origine)..ma quelli avevano e hanno una loro storia ben precisa...

scusate..i pensieri a voce..alta....
mah...non posso non pensare che un direttore d'orchestra se prende le "sole" sinfonie di Brahms..sono solo quattro..no? può passare la sua vita a studiarle...e noi?...cosa facciamo? ci lamentiamo che la chitarra non ha repertorio..beh..inizio a temere, da quello che sento sempre più spesso in giro ultimamente che.. sia vero!?..voglio.."svegliarmi!!

buona domenica
marcello

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Ciao Marcello, io sono probabilmente il meno indicato a risponderti visto ciò che scrivo, ma proprio perchè amo alla follia la chitarra e continuo da una vita a studiare, e per studiare intendo Studiare, mi sento di dirti che è vero, il repertorio, lo spessore dello scritto, la "classica", ma prima, per me, c'è la persona, il perchè di una scelta; l'operato di un artista, esecutore o compositore che sia, non può essere valutato solo alla luce di ciò che fa (come sempre è una mia semplice osservazione), ma di come lo fa e del perchè lo fa. L'onestà intellettuale non può venir messa in secondo piano, neanche rispetto ad una produzione alta e nobile, perchè ne inficerebbe il senso, nascosto e inaccessibile ai più magari. Quando parli di "io ai tempi...." ti condivido in pieno, sai tu quanto, ma ho paura che così facendo perdiamo di vista degli aspetti importanti, come la comunicazione ad esempio, rischiamo di parlare per noi stessi e per i nostri simili...mi sto allontanando troppo Marcello? non so, vorrei ragionare anche sulle persone ecco, non solo sul repertorio, perchè come sai bene la testimonianza che ogni giorno facciamo quando prendiamo lo strumento e ci accingiamo a studiare-scrivere-insegnare è forte, anzi deve essere forte quanto ciò che studiamo-scriviamo-insegniamo. Aiuto mi sto incasinando ma spero di aver reso il concetto....ciao

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Ciao Marcello, io sono probabilmente il meno indicato a risponderti visto ciò che scrivo, ma proprio perchè amo alla follia la chitarra e continuo da una vita a studiare, e per studiare intendo Studiare, mi sento di dirti che è vero, il repertorio, lo spessore dello scritto, la "classica", ma prima, per me, c'è la persona, il perchè di una scelta; l'operato di un artista, esecutore o compositore che sia, non può essere valutato solo alla luce di ciò che fa (come sempre è una mia semplice osservazione), ma di come lo fa e del perchè lo fa. L'onestà intellettuale non può venir messa in secondo piano, neanche rispetto ad una produzione alta e nobile, perchè ne inficerebbe il senso, nascosto e inaccessibile ai più magari. Quando parli di "io ai tempi...." ti condivido in pieno, sai tu quanto, ma ho paura che così facendo perdiamo di vista degli aspetti importanti, come la comunicazione ad esempio, rischiamo di parlare per noi stessi e per i nostri simili...mi sto allontanando troppo Marcello? non so, vorrei ragionare anche sulle persone ecco, non solo sul repertorio, perchè come sai bene la testimonianza che ogni giorno facciamo quando prendiamo lo strumento e ci accingiamo a studiare-scrivere-insegnare è forte, anzi deve essere forte quanto ciò che studiamo-scriviamo-insegniamo. Aiuto mi sto incasinando ma spero di aver reso il concetto....ciao

 

 

Si..forse hai ragione Giorgio...

ma una volta esisteva la Musica Classica, la Leggera, il Rock il Pop..ecc..e di conseguenza Bream non era Joe Pass, Pollini non era Renato Carosone..(non sto facendo graduatorie di merito, sia chiaro)...ma semplicemente...sono cose diverse..o almeno ho creduto per anni che lo fossero! ..ecco..penso mi sono perso qualcosa..

sono diventato vecchio...è evidente...

io ho "imparato" ad ascoltare la musica con il tempo, non era facile sentire un quartetto di Beethoven ma pian piano si è rivelato questo splendido mondo ed è stato un crescendo di sensazioni..fino alle cose più complesse..la chitarra mi ha "portato" dai semplici studi di Carulli fino alle elucubrazioni di un Von Einem e..oltre...ma davvero faccio fatica a ..sentire alcune cose..ma temo sia un problema mio...

perdonatemi..mi adatterò...

peccato che è tardi per ..cambiare..strumento

marcello :)

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Ciao Marcello, io sono probabilmente il meno indicato a risponderti visto ciò che scrivo, ma proprio perchè amo alla follia la chitarra e continuo da una vita a studiare, e per studiare intendo Studiare, mi sento di dirti che è vero, il repertorio, lo spessore dello scritto, la "classica", ma prima, per me, c'è la persona, il perchè di una scelta; l'operato di un artista, esecutore o compositore che sia, non può essere valutato solo alla luce di ciò che fa (come sempre è una mia semplice osservazione), ma di come lo fa e del perchè lo fa. L'onestà intellettuale non può venir messa in secondo piano, neanche rispetto ad una produzione alta e nobile, perchè ne inficerebbe il senso, nascosto e inaccessibile ai più magari. Quando parli di "io ai tempi...." ti condivido in pieno, sai tu quanto, ma ho paura che così facendo perdiamo di vista degli aspetti importanti, come la comunicazione ad esempio, rischiamo di parlare per noi stessi e per i nostri simili...mi sto allontanando troppo Marcello? non so, vorrei ragionare anche sulle persone ecco, non solo sul repertorio, perchè come sai bene la testimonianza che ogni giorno facciamo quando prendiamo lo strumento e ci accingiamo a studiare-scrivere-insegnare è forte, anzi deve essere forte quanto ciò che studiamo-scriviamo-insegniamo. Aiuto mi sto incasinando ma spero di aver reso il concetto....ciao

 

 

Si..forse hai ragione Giorgio...

ma una volta esisteva la Musica Classica, la Leggera, il Rock il Pop..ecc..e di conseguenza Bream non era Joe Pass, Pollini non era Renato Carosone..(non sto facendo graduatorie di merito, sia chiaro)...ma semplicemente...sono cose diverse..o almeno ho creduto per anni che lo fossero! ..ecco..penso mi sono perso qualcosa..

sono diventato vecchio...è evidente...

io ho "imparato" ad ascoltare la musica con il tempo, non era facile sentire un quartetto di Beethoven ma pian piano si è rivelato questo splendido mondo ed è stato un crescendo di sensazioni..fino alle cose più complesse..la chitarra mi ha "portato" dai semplici studi di Carulli fino alle elucubrazioni di un Von Einem e..oltre...ma davvero faccio fatica a ..sentire alcune cose..ma temo sia un problema mio...

perdonatemi..mi adatterò...

peccato che è tardi per ..cambiare..strumento

marcello :)

 

Perché cambiare strumento, se con la chitarra ti trovi bene? Intanto, smettila di chiamarla "il nostro strumento" (metafora freudiana) e di pensare alle sue sorti (più o meno magnifiche e progressive, di questi tempi), e pensa invece soltanto a quello che fai tu con il tuo (non nostro) strumento: ti accorgerai che non esiste - né potrebbe - una comunità affratellata da un ideale - o, se vogliamo, da un progetto - ma una quantità di persone, ciascuna delle quali ha un proprio intelletto, una propria cultura, una propria formazione, un proprio gusto, stile di vita, concetto del far musica, obiettivo, etc., e ti ritroverai in quella beata solitudine che è essenziale alla ricerca artistica. Da lì in poi, ne darai fuori i frutti attraverso i tuoi concerti, le tue registrazioni e il tuo insegnamento, senza preoccuparti minimamente di ciò che fanno gli altri, perché avrai realizzato come il fatto che suonino il tuo stesso strumento non li accomuni a te più del fatto che tutti parliate l'italiano, lingua nella quale si possono scrivere poesie e romanzi o recitare il telegiornale, spettegolare e dire banalità e sozzure - non solo da parte dell'empio popolo, ma anche da parte di governanti e parlamentari.

 

Ci si ritrova, è vero, in un forum, o in situazioni reali e non virtuali, come i festival di chitarra (che, tra l'altro, possono essere benissimo evitati) , ma per scambiare informazioni o per fornire prestazioni professionali, non per condividere ideali, passioni, progetti, sentimenti: il tom tom non è la carta costituzionale di una repubblica, è solo una guida toponomastica, il forum chitarristico non è il luogo della concordia tra esponenti di una guilda gloriosa, ma un pub simile alla stazione di Guerre Stellari, dove puoi incontrare il Pilota e il suo buon secondo Dewbecca, ma anche loschi e abietti provocatori con i quali puoi avere in comune, appunto, il pub, ma non le ragioni che ti hanno spinto a entrarci. A me ripugna l'idea che la chitarra che io coltivo abbia qualcosa in comune con quella coltivata da altri, e mi dà fastidio che qualcuno di loro, parlando con me, dica "il nostro strumento": se il mio strumento fosse come il loro, oggi stesso cambierei mestiere.

 

Giorgio si interroga sulla comunicazione. Fa bene. Vorrei però domandargli in quale modo, diretto e concreto, il proposito umanissimo di comunicare influenzi il suo modo di scrivere musica. Il pensiero musicale e le forme che ne derivano sono la manifestazione di un processo che si sviluppa nella mente del compositore a partire dalla sua realtà esistenziale, che è collocata nel mondo, che nel mondo vive e che con il mondo interagisce e comunica per la maggior parte delle 24 ore di cui è fatta una giornata. Persino dormendo, popoliamo i nostri sogni con gli altri, abbiamo che fare con loro. Come si potrebbe, nell'atto di scrivere musica, escludere la radice del nostro essere, che ci spinge continuamente a comunicarci agli altri? Nemmeno nel periodo della più algida ricerca strutturalistica degli anni Cinquanta e Sessanta, quando si affermava di voler negare alla crassa e supina borghesia consumatrice il piacere di un ascolto gastronomico, di fatto si rinunciava alla comunicazione, perché nello scrivere musica che negava ogni appiglio cognito all'audizione di coloro che nel frattempo stavano diventando i fans di Nilla Pizzi, si comunicava qualcosa: un concetto, una volontà, una tendenza.

 

E allora sarà bene dire le cose come stanno: ciascuno, nel far musica, manifesta quello che è, intus et in cute, in sè stesso e nel mondo. Se scrivo delle banalità o delle scemenze musicali, non posso giustificarmi proclamando che sto cercando una comunicazione vasta: sto comunicando con chi intende solo banalità e scemenze. E' proibito? No, basta accendere la televisione per esserne sommerso, da mattina a sera, in campo musicale e in tutti gli altri campi, ma mi incombe il dovere di riconoscere che, se scrivo musica banale,

io stesso sono banale: nessuno mi ucciderà per questo, anzi, probabilmente salirò nella sacra graduatoria delle SSS (soldi, successo, sesso), ma sia ben chiaro che sono quel che faccio, che non ho un aldilà nel quale potrei manifestarmi se il mondo fosse diverso e migliore: sono io, con la mia musica "di comunicazione", che lo rendo com'è.

 

Se si crea qualcosa che non coincide con le aspettative della massa, ci si isola, si fa nicchia? Pazienza. Pur di non ritrovarmi appiccicato qualche cialtrone che mi aggredisce o mi abbraccia (fa lo stesso) nella convinzione demenziale che "il nostro strumento" ci renda simili, o peggio uguali, sono dispostissimo a star da solo per il resto dei miei giorni: e questo non significa che non comunico, significa che non ho niente da dire alle genti del grande fratello, dei talk show e delle classifiche discografiche, e che quello che ho da dire non passa né attraverso i loro orecchi e le loro menti. Con il loro voto, si formano i governi che abbiamo, non quelli dei quali avremmo bisogno.

 

dralig

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grazie Magister...

vado a studiare la "mia" chitarra ...

 

con affetto e stima

m

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Vorrei aggiungere una osservazione, con un esempio per spiegarmi meglio.

 

L'osservazione è questa: tanti chitarristi, nel momento di intraprendere una attività concertistica diciamo così "tradizionale", mi paiono oggi poco consapevoli di quella pluralità di concezioni sottese allo scrivere, interpretare ed ascoltare di cui scrive Angelo Gilardino.

Spesso pensano ad un "programma tipo" per un "contenitore tipo" che è ancora il recital, tutto sommato di stampo ottocentesco anche se si è perpetuato e sembra ancora essere l'unico contenitore utilizzabile. Quella idea rituale di recital però nasceva in un mondo in cui tutto sommato una idealità comune nel pensare alla musica ed alla sua funzione era ancora presente, pur con tutte le differenze interne, certo molto più rispetto alla babele di oggi.

Così che il prodotto "tipo" testimoniato da tanti programmi da concerto rischia oggi di essere talmente generico e formalmente ritualistico da risultare insignificante, nonostante le buone intenzioni ed anche le oggettive abilità, talvolta notevolisime, messe in campo. Al massimo si fa strada oggi la distinzione tra un generico recital "culturale" ed un generico recital "disimpegnato".

E credo sbaglino i direttori artistici, anche dei festival di chitarra, ad insistere nel non dirigere artisticamente (cioè nel non rischiare su concezioni e progetti precisi) ma nel perpetuare questa genericità, in favore (o a danno) di un pubblico che viene anch'esso, tentativamente, appiattito in una genericità.

 

E' possibile tentare qualcosa di diverso?

Un piccolo esempio, per spiegarmi:

Qualche giorno fa ho proposto il programma che copio qui sotto nell'ambito della presentazione del volume su Romolo Ferrari. Nel presentare i pezzi ho detto che avevo fatto le mie scelte cercando di illustrare le aperture culturali di alcuni chitarristi di quella epoca e che io condivido; aperture che si erano espresse nel cercare la collaborazione con compositori importanti di quella epoca (Ghedini, Malipiero, Desderi, Barbieri, Ferrari - Trecate), nel valorizzare il repertorio liutistico riscoperto recentemente da Chilesotti ed altri (Caroso) e ottocentesco (Paganini), nell'indire addirittura un concorso internazionale di composizione (vinto da Breguet).

Poi facevo notare la differenza di posizione, interna ai compositori presentati, rispetto al rapporto con la tradizione: il misterioso nesso di attrazione, ma già amaramente consapevole di una frattura, che vediamo in Malipiero e Ghedini, una certa prosecuzione "ingenua" del romanticismo che vediamo in Barbieri e Desderi, un atteggiamento più scanzonato e attento alla resa concertistica sicura che si può vedere in Castelnuovo- Tedesco e Ferari - Trecate. Concludevo con un pezzo nuovissimo (il commosso pezzo di Cappelli scritto per commemorare l'amico Maurizio Biasini) a testimonianza di una continuità nel tentativo di coinvolgere compositori importanti nella scrittura chitarristica, ed invitavo tutto il pubblico, a partire da alcuni giovani chitarristi presenti in sala, a prendere posizione a sua volta di fronte a tanti diversi modi di fare musica. L'ambiente era adatto, un auditorium raccolto, nel contesto di una giornata di studi; nel bene o nel male (giudicherà chi c'era) il tentativo era di offrire un momento di ascolto non generico ma che, dando le ragioni delle scelte, aiutasse ciascuno ad un approfondimento personale.

Copio il programma; avevo raggruppato i pezzi per favorire la consapevolezza degli accostamenti proposti:

 

Jacques Brèguèt: Intrada

Fabritio Caroso: Aria e Danza (trascr. Bruno Tonazzi)

 

Niccolò Paganini: Romanza e Sonata 37

 

Antonio Barbieri: Due Preludi

Gian Francesco Malipiero: Preludio

 

Luigi Ferrari - Trecate: Scherzo

Giorgio Federico Ghedini: Studio da Concerto

 

Ettore Desderi: Improvviso

Mario Castelnuovo - Tedesco: Tarantella

 

Gilberto Cappelli: Per Maurizio (2009

 

Forse è il momento di ritornare (lo diceva il celebre critico d'arte Longhi?) alla "committenza": persone precise che fanno richieste precise agli artisti. (O musicisti che offrono proposte precise ad interlocutori con esigenze precise ed identificate).

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Forse è il momento di ritornare (lo diceva il celebre critico d'arte Longhi?) alla "committenza": persone precise che fanno richieste precise agli artisti. (O musicisti che offrono proposte precise ad interlocutori con esigenze precise ed identificate).

 

Idea commendevole, se tale committenza esistesse. Non ci sono più le corti e i conventi, che ordinavano dipinti e che mantenevano musici per i loro diletti. Il borghese uscito dalla Rivoluzione francese è diventato un consumatore che, in qualità di committente, tutto quel che sa fare è accendere la televisione. Gli corriamo dietro offrendogli musica confezionata per le sue flosce meningi? Lo ingiuriamo - come ha fatto la cultura marxiana per decenni - cercando di renderlo responsabile e quindi in grado di comprendere la poesia, la musica, la pittura, il cinema, e di farne strumenti di riforma della sua vita senza senso?

 

dralig

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Gli corriamo dietro offrendogli musica confezionata per le sue flosce meningi? Lo ingiuriamo - come ha fatto la cultura marxiana per decenni - cercando di renderlo responsabile e quindi in grado di comprendere la poesia, la musica, la pittura, il cinema, e di farne strumenti di riforma della sua vita senza senso?

 

Io direi nessuna delle due.

Direi di ignorare completamente gli atteggiamenti passivi orientati nella stragrande maggioranza alla superficialità.

E' una tecnica che funziona.

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Vorrei aggiungere una osservazione, con un esempio per spiegarmi meglio.

 

L'osservazione è questa: tanti chitarristi, nel momento di intraprendere una attività concertistica diciamo così "tradizionale", mi paiono oggi poco consapevoli di quella pluralità di concezioni sottese allo scrivere, interpretare ed ascoltare di cui scrive Angelo Gilardino.

Spesso pensano ad un "programma tipo" per un "contenitore tipo" che è ancora il recital, tutto sommato di stampo ottocentesco anche se si è perpetuato e sembra ancora essere l'unico contenitore utilizzabile. Quella idea rituale di recital però nasceva in un mondo in cui tutto sommato una idealità comune nel pensare alla musica ed alla sua funzione era ancora presente, pur con tutte le differenze interne, certo molto più rispetto alla babele di oggi.

Così che il prodotto "tipo" testimoniato da tanti programmi da concerto rischia oggi di essere talmente generico e formalmente ritualistico da risultare insignificante, nonostante le buone intenzioni ed anche le oggettive abilità, talvolta notevolisime, messe in campo. Al massimo si fa strada oggi la distinzione tra un generico recital "culturale" ed un generico recital "disimpegnato".

E credo sbaglino i direttori artistici, anche dei festival di chitarra, ad insistere nel non dirigere artisticamente (cioè nel non rischiare su concezioni e progetti precisi) ma nel perpetuare questa genericità, in favore (o a danno) di un pubblico che viene anch'esso, tentativamente, appiattito in una genericità.

 

E' possibile tentare qualcosa di diverso?

Un piccolo esempio, per spiegarmi:

Qualche giorno fa ho proposto il programma che copio qui sotto nell'ambito della presentazione del volume su Romolo Ferrari. Nel presentare i pezzi ho detto che avevo fatto le mie scelte cercando di illustrare le aperture culturali di alcuni chitarristi di quella epoca e che io condivido; aperture che si erano espresse nel cercare la collaborazione con compositori importanti di quella epoca (Ghedini, Malipiero, Desderi, Barbieri, Ferrari - Trecate), nel valorizzare il repertorio liutistico riscoperto recentemente da Chilesotti ed altri (Caroso) e ottocentesco (Paganini), nell'indire addirittura un concorso internazionale di composizione (vinto da Breguet).

Poi facevo notare la differenza di posizione, interna ai compositori presentati, rispetto al rapporto con la tradizione: il misterioso nesso di attrazione, ma già amaramente consapevole di una frattura, che vediamo in Malipiero e Ghedini, una certa prosecuzione "ingenua" del romanticismo che vediamo in Barbieri e Desderi, un atteggiamento più scanzonato e attento alla resa concertistica sicura che si può vedere in Castelnuovo- Tedesco e Ferari - Trecate. Concludevo con un pezzo nuovissimo (il commosso pezzo di Cappelli scritto per commemorare l'amico Maurizio Biasini) a testimonianza di una continuità nel tentativo di coinvolgere compositori importanti nella scrittura chitarristica, ed invitavo tutto il pubblico, a partire da alcuni giovani chitarristi presenti in sala, a prendere posizione a sua volta di fronte a tanti diversi modi di fare musica. L'ambiente era adatto, un auditorium raccolto, nel contesto di una giornata di studi; nel bene o nel male (giudicherà chi c'era) il tentativo era di offrire un momento di ascolto non generico ma che, dando le ragioni delle scelte, aiutasse ciascuno ad un approfondimento personale.

Copio il programma; avevo raggruppato i pezzi per favorire la consapevolezza degli accostamenti proposti:

 

Jacques Brèguèt: Intrada

Fabritio Caroso: Aria e Danza (trascr. Bruno Tonazzi)

 

Niccolò Paganini: Romanza e Sonata 37

 

Antonio Barbieri: Due Preludi

Gian Francesco Malipiero: Preludio

 

Luigi Ferrari - Trecate: Scherzo

Giorgio Federico Ghedini: Studio da Concerto

 

Ettore Desderi: Improvviso

Mario Castelnuovo - Tedesco: Tarantella

 

Gilberto Cappelli: Per Maurizio (2009

 

Forse è il momento di ritornare (lo diceva il celebre critico d'arte Longhi?) alla "committenza": persone precise che fanno richieste precise agli artisti. (O musicisti che offrono proposte precise ad interlocutori con esigenze precise ed identificate).

 

 

Antonio Barbieri?

 

dralig

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