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Nuovi CD di musica del XX e del XXI secolo

Riccardo Chailly, Beethoven, Il metronomo, la chitarra...


Giacomozzi
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Riccardo Chailly, Beethoven, il metronomo, la chitarra, il dito, la luna (ma nessuna notizia dei due liocorni).

 

 

 

 

Il problema dei metronomi beethoveniani è un problema annoso e anche letterale. Per anni studiosi eminenti e meno si sono chiesti non solo i motivi di quelle indicazioni di tempo così veloci, ma sono arrivati a chiedersi se il metronomo ad uso di Beethoven non fosse rotto.

Risolta la seconda e banale questione, anch'essa abbastanza recentemente, ci si è concentrati soltanto e finalmente sulle ipotetiche ragioni che hanno portato un compositore con un orecchio interno così evoluto alla scelta di tempi tanto sconcertanti.

 

Non nuove sono state, nel corso degli anni, le registrazioni di interpreti più o meno legati alla filologia che si sono provati nell'avvicinarsi o attenersi alla lettera, e in maniera pedante o meno a quello che Beethoven scrisse. I risultati sono, a mio avviso migliorati nel tempo per tutta una serie di motivi, e tutti questi motivi conseguenti ai quesiti che si sono via via posti gli interpreti: come mai qui metronomi? Non sarà che gli strumenti, pianoforte compreso, erano così completamente diversi da condizionare l'andamento melodico di un tema, un soggetto o anche di un andamento armonico?

Se è vero che (parlo di alcune sonate per pianoforte, ma per attinenza anche di alcune sinfonie, tra cui la sesta per intero, l'adagio della nona, ecc) attenersi alla lettera all'indicazione di tempo ci porta a mettere meno in evidenza alcuni episodi musicali, ad appannare quella chiarezza tanto cara a molti interpreti passati (e agguerriti spesso più nel palesare la loro personalità che la pagina scritta) non potrebbe essere che il compositore ne fosse cosciente, e fosse, la chiarezza, una cosa secondaria rispetto ad altre caratteristiche? E quindi di conseguenza: quali potrebbe essere le caratteristiche peculiare che Beethoven si aspettava da un interprete?

Nel momento in cui si vuole operare una operazione di estrema fedeltà come quella di cui sopra non potrebbe essere che, ad un certo punto, subentri la necessità di rivedere il fraseggio che ormai consideriamo per assodato e che ci è tanto caro memori di alcune strepitose incisioni del passato?

Naturalmente queste domande non pretendono una risposta, e non la avranno in maniera definitiva ed inequivocabile da nessuna persona di cui si possa garantire la ragionevolezza, ma il porsele o meno genera una serie di riflessioni che portano inevitabilmente a scelte stilistiche ed estetiche completamente differenti.

 

L'incisione di Riccardo Chailly in particolare, a mio avviso, si pone con insistenza l'ultima domanda che ho posto. E in questo senso è da intendersi nuova, non perché ripropone i metronomi originali, non è di certo il primo, ma perché riesce a farlo con coerenza.

Può non piacere il risultato, (ma forse potrebbe essere il punto di partenza per una ricerca su di un nuovo modo di intendere questa musica che porterà a risultati ugualmente coerenti ma magari un po' più disinvolti) e in alcuni momenti lasciarci perplessi, ma difficilmente si può dire irragionevole, pedante, noioso, sterile e incoerente la combinazione di tempo, dinamiche, e fraseggi che caratterizzano questa incisione discografica.

 

Ne scrivo in questo forum però non per elogiare, o palesare il mio apprezzamento per un prodotto, un interprete e un'orchestra che non hanno certo bisogno di sostenitori; è invece una riflessione ulteriore, nata in me ad alcuni giorni dal primo ascolto di alcuni cd dell'integrale che mi ha portato alla condivisione di questi pensieri.

 

La chitarra, anzi i chitarristi, anzi alcuni chitarristi si sono sempre lamentati, prima della carenza di repertorio, e poi del fatto che il repertorio scritto nel novecento lasciasse una serie di problemi, non ultimi quelli tecnici, irrisolti; questo perché a scrivere per chitarra, in un determinato periodo storico, sono stati compositori che della chitarra non conoscevano quasi il funzionamento, o che non erano sicuramente padroni della scrittura, e non parlo solo della notazione, ma anche e soprattutto dell'agogica: problema quest'ultimo generato probabilmente dal fatto che un compositore che scrive per chitarra e non conosce la chitarra spesso non ha in mente il suono della chitarra.

 

Ho citato l'esempio dei chitarristi e della musica per chitarra però perché spesso, monchi di una certa cultura musicale, siamo stati legati al segno più che ogni altro strumento: e allora per anni ci siamo scervellati, dopo aver studiato esclusivamente su musiche filtrate da altri, su quale fosse il manoscritto (quando finalmente il manoscritto è stato possibile confrontarlo) più manoscritto di altri di questa o quella composizione, schiavi del segno, sudditi del Forte anziché del Fortissimo e via discorrendo.

Come se la chitarra fosse l'unico strumento, complice come dicevo il fatto di aver avuto compositori che non conoscevano lo strumento, ad avere questo tipo di problemi e peggio, come se lo sviluppo culturale di questo strumento fosse legato (soltanto) alla corretta visualizzazione di un microscopico segno di diteggiatura - ma quello era un 4 o un 1?

 

Mentre forse una volta venuti in possesso (e ripeto - finalmente!) di questi preziosi documenti, non più schiavi della lettura altrui, del filtro (per un certo periodo prevalentemente segoviano) di una data composizione avremmo potuto iniziare ad interrogarci non soltanto su questioni grafiche ma finalmente su scelte estetiche, su decisioni derivanti da quali e quante domande porsi e non dalla pretesa di avere sempre delle risposte.

Il metronomo di Beethoven forse ce lo insegna: alcuni strumenti hanno deciso, almeno per un periodo non breve, che quel problema sarebbe rimasto un problema: un grave problema, ma stimolante.

Questi hanno smesso di cercare risposte all'esterno (non tutti) e si sono dedicati alla riflessione interna e profonda: la sintesi tra le ipotesi che potrebbero essere plausibili nel rappresentare la volontà del compositore e il proprio sentire, frutto di un vissuto non solo musicale. Ognuno decide così quali ulteriori domande porsi partendo da un interrogativo iniziale - perché quel tempo? - e palesa la propria ricerca con l'interpretazione.

Sembra che in alcuni momenti la chitarra si sia illusa (perché poi?) che la carta scritta direttamente dal compositore avrebbe potuto non lasciare spazio ad interrogativi profondi, e per fortuna così non è stato. Anche nell'assoluta chiarezza della semiografia ci sono questioni che dovremo affrontare, e se così non fosse ci troveremo di fronte alla pretesa di trasformare l'interpretazione musicale in dottrina anziché in arte.

A questo proposito potrebbe essere utile riscoprire l'etimo della parola “interprete”... (e interrogarsi, anche su questo).

 

Forse la questione dei tempi in Beethoven ci insegna (a me piace che le cose insegnino altre cose, che abbiano una morale. Mi ha rovinato Fedro) che per la chitarra i manoscritti - finalmente! - significano nuove domande. Non risposte certe, ma l'inizio delle domande giuste.

Non vorrei esagerare, né peccare di presunzione, ma chi cerca risposte chiare e definitive in una pagina musicale e si scoccia di fronte ai possibili interrogativi che una pagina musicale ci offre mi sembra che guardi troppo (o solo) il dito (e in questo caso lo si può dire forte!) anziché la luna.

 

 

Buon anno.

Giacomo Palazzesi

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Buon anno anche a te Giacomo, e grazie per la tua interessante, e culturalmente plausibile, riflessione.

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  • 4 months later...

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cosa ne dite di Riccardo Chailly in collaborazione con Stefano Bollani? Classica e Jazz che si fondono...

 

premetto di non essere un esperto, ma a me ha entusiasmato molto l'abum Sound of the 30s

 

qualche opinione a riguardo?

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