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Nuovi CD di musica del XX e del XXI secolo

Rientro economico per fare carriera. Unico pensiero?


Giorgio Signorile
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a questo deve pensare un musicista prima cominciare una carriera?

prendo spunto dalla frase di un utente (Fernando) per proporre il "tema".

Io dico di no, perchè sono un inguaribile sognatore, ma nel momento in cui con naturalezza la "carriera" diventa di una certa importanza è giusto porsi il problema. Ma la parola che ho usato, naturalezza, sta per me a significare che il tutto deve avvenire perchè non se ne può fare a meno, è un processo naturale, e la naturale conclusione è quindi una razionalizzazione del percorso e degli obiettivi da raggiungere.

Per il concertista sarà la ricerca di un repertorio in cui essere vero, protagonista, interprete fidato, per un compositore sarà la ricerca di un editore con cui realizzare progetti comuni, non pagine d'album, con un dialogo sereno, costruttivo anche nell'analisi delle possibilità quantomeno di non rimetterci, per ambo le parti. Per un insegnante sarà la costruzione della propria professionalità con un cosciente lavoro di studio, aggiornamento, autocritica, ascolto....cose che alla fine pagano, anche in termini economici (capiamoci...nessuno diventa miliardario ma si può vivere bene).

Riuscire a coniugare passione-lavoro-guadagno è il massimo, ma per me il super massimo è riuscire a raggiungere questo traguardo con naturalezza e rispetto del proprio ideale di partenza.

Mi è venuto da scrivere questi pensieri leggendo un 3d dove si parlava di pubblicazioni e compositori "in erba" che si sentivano traditi nelle promesse fatte loro. Non entro però in quel merito, ho, ripeto, preso solo una frase che Fernando aveva scritto, in mezzo ad altre affermazioni.

Ciao

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Guest Nicola Mazzon

Sono in linea con il tuo pensiero, aggiungo solo che il vero valore di un artista verrà messo alla luce una volta che la sua carriera sarà al livello più alto, da li dovrà prendere una scelta: continuare a "faticare"..continuare a rischiare e mettersi in discussione per le scelte che si andranno a fare o calmare le pressioni e limitarsi ad osservare e a pianificare le tendenze da sfruttare a proprio vantaggio?

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a questo deve pensare un musicista prima cominciare una carriera?

prendo spunto dalla frase di un utente (Fernando) per proporre il "tema".

Io dico di no, perchè sono un inguaribile sognatore, ma nel momento in cui con naturalezza la "carriera" diventa di una certa importanza è giusto porsi il problema. Ma la parola che ho usato, naturalezza, sta per me a significare che il tutto deve avvenire perchè non se ne può fare a meno, è un processo naturale, e la naturale conclusione è quindi una razionalizzazione del percorso e degli obiettivi da raggiungere.

Per il concertista sarà la ricerca di un repertorio in cui essere vero, protagonista, interprete fidato, per un compositore sarà la ricerca di un editore con cui realizzare progetti comuni, non pagine d'album, con un dialogo sereno, costruttivo anche nell'analisi delle possibilità quantomeno di non rimetterci, per ambo le parti. Per un insegnante sarà la costruzione della propria professionalità con un cosciente lavoro di studio, aggiornamento, autocritica, ascolto....cose che alla fine pagano, anche in termini economici (capiamoci...nessuno diventa miliardario ma si può vivere bene).

Riuscire a coniugare passione-lavoro-guadagno è il massimo, ma per me il super massimo è riuscire a raggiungere questo traguardo con naturalezza e rispetto del proprio ideale di partenza.

Mi è venuto da scrivere questi pensieri leggendo un 3d dove si parlava di pubblicazioni e compositori "in erba" che si sentivano traditi nelle promesse fatte loro. Non entro però in quel merito, ho, ripeto, preso solo una frase che Fernando aveva scritto, in mezzo ad altre affermazioni.

Ciao

 

La carriera del concertista e quella del compositore sono diverse, caro Giorgio. Il compositore conscio del suo valore sa che quello che scrive è soggetto a un processo molto lento, che potrà condurre all'accettazione della sua opera nell'immediato (sia temporale che geografico) o proiettarla più in là, oltre i confini della sua stessa esistenza terrena : gioca quindi una partita artistico-professionale nella quale sa di dover impegnare, oltre al proprio talento, anche molta pazienza e la saggezza che gli permetterà di non abbattersi nei momenti in cui le circostanze sembreranno punitive. Alla fine, nei riguardi della sua opera, il tempo farà giustizia, sia innanzandola, se non è stata sufficientemente riconosciuta, che ridimensionandone il successo, se questo è stato conseguito sull'onda della moda o di qualche "effimero trambusto" (come malignava Guido Pannain nei riguardi dei successi giovanili di Castelnuovo-Tedesco).

 

Diverso, ben diverso, è il caso del concertista. Il concertista incarna la sua opera, è la musica in carne e ossa, e non avrebbe senso, per lui, affidarsi a riconoscimenti a lunga scadenza, o addirittura postumi. Vediamo che, nonostante l'avvento della registrazione, la memoria dei grandi maestri - anche soltanto di mezzo secolo fa - tende a sbiadirsi: i pianisti dell'ultima generazione non hanno una cognizione forte, attiva e influente, dell'arte di Lipatti, di Gieseking, addirittura di Benedetti Michelangeli, i nuovi prodigi si succedono con rivelazioni continue e incalzanti, e a quarant'anni un pianista, se non ha conquistato la fama, può considerarsi, come concertista, fallito, anche se ovviamente può essere una persona di grande valore in altri campi (insegnamento, etc.). Mentre per il compositore conseguire la fama nel presente è augurabile ma non indispensabile, per il concertista è tassativo, pressante, altrimenti la sua arte rischia di disperdersi nel nulla, nonostante il fatto che egli ne possa lasciare tracce anche forti nella registrazione. Sono sicuro che mi comprendi: mentre la partitura scritta rappresenta efficacemente il compositore, è il suo normale viatico nel tempo, la registrazione non è l'ideale realizzazione dell'arte del concertista, che si manifesta essenzialmente nel contatto vivo con il suo pubblico. E se questo pubblico non riesce a raggiungerlo, la carriera ne patisce, può anche svuotarsi. La Maria Yudina non era meno grande di Sviatoslav Richter, ma fu imbavagliata da Stalin: non possiamo dire che qualche CD della grande pianista russa, ora circolante, le renda giustizia. Non è così.

 

Non ho scritto per smentire le tue affermazioni, ma per aggiungere delle specificazioni che mi sembrano importanti.

 

dralig

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Nella società postmoderna c'è posto per qualsiasi cosa. O meglio, ogni cosa ha, a priori, una sua liceità. C'è posto per l'operatore di call center che quando può scrive musica, c'è posto per l'interprete che suona le sue cose in pubblico, c'è posto per il compositore affermato che pubblica regolarmente i propri lavori. Quindi, se ci si basasse sul concetto di possibilità, per valutare la qualità di un risultato, non si verrebbe a capo di nulla, se non della tautologia dei dati di fatto.

 

La discriminante, come scrive Giorgio, in questo sono d'accordo con lui, risiede nel senso della scelta.

Personalmente non credo si possa contrabbandare l'onestà intellettuale in favore di un compromesso. Questa operazione, che trova una sua ragione d'essere nelle magagne del quotidiano, non ha nulla a che spartire con il processo di creazione artistica.

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La chitarra classica non ha più bisogno degli "alfieri" che ne preservino il suo status di strumento "colto" o "Accademico", ma deve essere anche libera di vivere la stagione del presente, dove naturalmente ognuno può esprimersi come meglio crede.

 

Roberto Fabbri

 

In qualunque epoca ogni artista si è espresso come meglio ha creduto, fatte salve le tristi eccezioni dei creatori che sono stati assoggettati a un regime politico con le relative imposizioni culturali - ad esempio, gli scrittori e i musicisti in Unione Sovietica nell'epoca di Stalin. Anche in situazioni di quasi-monopolio culturale, come quella dell'Italia del dopoguerra, dove la critica ufficiale si è conformata ai dogmi dell'estetica marxista in versione nostrana, nessuno ha impedito a compositori che consideravano l'espressione come finalità primaria dell'atto creativo di seguitare la loro via, e il bandirli dai festival di musica contemporanea è servito soltanto a creare, intorno alla medesima, la credenza di essere inascoltabile (lo ammette esplicitamente l'attuale direttore della sezione musica della Biennale di Venezia nell'intervita pubblicata nell'ultimo numero di "Suonare").

 

Non esiste, oggi, una tendenza artistica - non soltanto musicale - che possa accampare un diritto di rappresentanza del presente più forte di quello delle altre: chiunque componga, scriva, dipinga, faccia arte, per il solo fatto di essere vivo nell' hic et nunc è un interprete del presente. Con quale forza, con quale efficacia, con quale probabilità di andare oltre il presente, non lo sappiamo, ma sappiamo con certezza che la qualità delle opere e del fare artistico non è garantita dalla scelta di appartenere a questa o a quella tendenza, bensì dal talento individuale dei singoli artisti: non c'è niente di nuovo sotto il sole, salvo le forme imprevedibili del genio.

 

dralig

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Guest Nicola Mazzon

Al giorno d'oggi in ambito professionale e di un certo livello, non ci si può permettere di mischiare i "mestieri", un interprete un può pretendere di essere anche compositore e poi riconoscersi al pari degli altri, le due cose richiedono enormi sforzi, difficilmente sommabili per una persona e per la durata di un singolo giorno...

La cosa è limitativa, nello scrivere in questo modo si dipende dalle proprie capacità, che non saranno ai massimi livelli a causa del tempo impiegato per la scrittura, e questa inevitabilmente deve essere eseguibile al più presto. Questo lo si capisce semplicemente leggendo i pezzi dei chitarristi compositori(salvo rare eccezioni) che sono esistiti fin'ora.. il loro stile è fatto per la maggior parte dei propri "stilemi tecnici" e vogliamo azzardarci a dire pure limiti strumentali?

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Parabola dell'aquila

Una giorno un contadino, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio, dove l'Aquilotto imparò presto a beccare il mangime delle galline e a comportarsi come loro. Un giorno passò di là un naturalista e chiese al proprietario perché costringesse l'Aquila, regina di tutti gli uccelli, a vivere in un pollaio. "Poiché le do da mangiare, le ho insegnato ad essere una gallina, l'Aquila non ha mai imparato a volare, si comporta come una gallina e dunque non è più un'aquila", rispose il proprietario e il naturalista: "Essa si comporta esattamente come una gallina, quindi non è più un'Aquila, tuttavia possiede il cuore d'un Aquila e può sicuramente imparare a volare". Dopo aver discusso della questione i due uomini si accordarono per verificare se ciò era vero. Il naturalista prese con delicatezza l’Aquila fra le braccia e le disse: "Tu appartieni al cielo e non alla terra, spiega le tue ali e vola". L’Aquila tuttavia era disorientata, non sapeva chi era e quando vide che le galline beccavano il grano saltò giù per essere uno di loro. Il giorno seguente il naturalista portò l'Aquila sul tetto della casa e la sollecitò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, apri le tue ali e vola". Ma l'Aquila ebbe paura del suo sé sconosciuto e del mondo e saltò giù nuovamente tra il mangime. Il terzo giorno il naturalista si alzò presto, prese l'Aquila dal pollaio e la portò su un alto monte. Lassù tenne la regina degli uccelli in alto nell'aria e la incoraggiò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, tu appartieni tanto all'aria quanto alla terra. Stendi ora le tue ali e vola". L’Aquila si guardò attorno, guardò di nuovo il pollaio e poi il cielo e continuava a non volare. Allora il naturalista la tenne direttamente contro il sole e allora accadde che essa incominciò a tremare e lentamente distese le sue ali. Finalmente si lanciò con un grido trionfante verso il cielo.

Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia, può persino accadere che visiti di quando in quando il pollaio. Tuttavia per quanto si sappia non è mai ritornata e non ha più ripreso a vivere come una gallina. Era un'Aquila sebbene trattata ed addomesticata come una gallina!

 

 

...

m

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ho letto con molto interesse (anche il racconto di Marcello ;) ), e mi sembra di cogliere una precisa indicazione: sii te stesso. Con intelligenza, sensibilità, amore, ma sempre sii te stesso. E allora riesco a pensare che possano convivere gli "insegnamenti"di Angelo con l'attenzione a volte un pò pesante ma credo sincera di Fabbri per il presente (intendendo per presente l'attenzione "mercato"). Alla fine ognuno fa le proprie scelte in base al suo percorso, umano ed artistico. Ora prove saggio natalizio argh...nel frattempo ci penso... :D

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Parabola dell'aquila

Una giorno un contadino, attraversando la foresta, trovò un aquilotto, lo portò a casa e lo mise nel pollaio, dove l'Aquilotto imparò presto a beccare il mangime delle galline e a comportarsi come loro. Un giorno passò di là un naturalista e chiese al proprietario perché costringesse l'Aquila, regina di tutti gli uccelli, a vivere in un pollaio. "Poiché le do da mangiare, le ho insegnato ad essere una gallina, l'Aquila non ha mai imparato a volare, si comporta come una gallina e dunque non è più un'aquila", rispose il proprietario e il naturalista: "Essa si comporta esattamente come una gallina, quindi non è più un'Aquila, tuttavia possiede il cuore d'un Aquila e può sicuramente imparare a volare". Dopo aver discusso della questione i due uomini si accordarono per verificare se ciò era vero. Il naturalista prese con delicatezza l’Aquila fra le braccia e le disse: "Tu appartieni al cielo e non alla terra, spiega le tue ali e vola". L’Aquila tuttavia era disorientata, non sapeva chi era e quando vide che le galline beccavano il grano saltò giù per essere uno di loro. Il giorno seguente il naturalista portò l'Aquila sul tetto della casa e la sollecitò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, apri le tue ali e vola". Ma l'Aquila ebbe paura del suo sé sconosciuto e del mondo e saltò giù nuovamente tra il mangime. Il terzo giorno il naturalista si alzò presto, prese l'Aquila dal pollaio e la portò su un alto monte. Lassù tenne la regina degli uccelli in alto nell'aria e la incoraggiò di nuovo: "Tu sei un'Aquila, tu appartieni tanto all'aria quanto alla terra. Stendi ora le tue ali e vola". L’Aquila si guardò attorno, guardò di nuovo il pollaio e poi il cielo e continuava a non volare. Allora il naturalista la tenne direttamente contro il sole e allora accadde che essa incominciò a tremare e lentamente distese le sue ali. Finalmente si lanciò con un grido trionfante verso il cielo.

Può darsi che l’Aquila ricordi ancora le galline con nostalgia, può persino accadere che visiti di quando in quando il pollaio. Tuttavia per quanto si sappia non è mai ritornata e non ha più ripreso a vivere come una gallina. Era un'Aquila sebbene trattata ed addomesticata come una gallina!

 

 

...

m

 

Ciao Marcello, bellissima parabola. Perché non scriverne anche un'altra, quella di una gallina che credeva - e voleva far credere a tutti - di essere un'aquila?

Conoscerai senz'altro la storia della famosa danzatrice che, volendo regalare all'umanità un uomo dotato della di lei bellezza di un intelletto come quello di G.B. Shaw, scrisse al maestro proponendogli la combinazione. "Signora", le rispose il commediografo allarmato, "e se nascesse con la mia bellezza e il Suo intelletto?".

 

dralig

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