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Nuovi CD di musica del XX e del XXI secolo

Conservatori: una testimonianza politica


Angelo Gilardino
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Non leggo giornali di partito e non ho legami di alcun genere con esponenti del mondo politico (non sto recitando il "noli me tangere", dico solo quel che è), e se riporto questa testimonianza sui conservatori, scritta da un parlamentare, pubblicata dal quotidiano "L'Unità" dell'8 dicembre, e gentilmente trasmessami da un amico che non legge questo forum, è solo perché la ritengo onesta, equilibrata, verosimile e utile.

 

dralig

 

Da "L'UNITÀ" del 8 dicembre 2008.

 

Non spegniamo la musica

Nando Dalla Chiesa

 

Questo è un appello appassionato in difesa delle accademie e dei

conservatori d'Italia. È un appello rivolto pubblicamente al governo di cui

faccio orgogliosamente parte e alla maggioranza che lo sostiene. Un appello

per venti milioni di euro, meno del costo di un chilometro di autostrada.

Venti milioni calcolati con precisione chirurgica per consentire al nostro

sistema di alta formazione artistica e musicale di non affondare. Si badi:

non aggiuntivi rispetto al 2007. Ma reintegrativi dei fondi dell'anno

scorso; quelli, cioè, che hanno permesso al sistema di tirare la testa fuori

dall'acqua in cui stava affogando dopo la micidiale cura da cavallo subita

nell'ultimo anno del governo Berlusconi-Moratti.

 

Si resta a bocca aperta, c'è da non crederci. L'Italia e la sua tradizione

artistica. L'Italia e la sua tradizione musicale. Il nostro biglietto da

visita all'estero. Il made in Italy di secoli e millenni. Ciò che nessuno ci

potrà mai imitare. Il nostro petrolio. I nostri giacimenti. Il nostro futuro

è il nostro passato. Non si contano davvero le metafore usate dai leader

politici e dagli intellettuali per definire il ruolo che la produzione

artistica gioca e può giocare nelle nuove vie di sviluppo del Paese, nella

sua competitività internazionale, nella sua crescita civile. La produzione

ma, ovviamente, anche la formazione artistica. Perché la musica del passato

qualcuno dovrà ben interpretarla e rinnovarla. E gli artisti italiani non

dovranno solo riposare nei cimiteri illustri, ma dovranno soffiare il loro

talento nella civiltà contemporanea, produrre nuovi capolavori, innervare

della loro incessante creatività le nostre città, le nostre gallerie, i

nostri stessi prodotti industriali e culturali. Siamo d'accordo su questo? È

importante capirlo: siamo d'accordo o no? E allora perché è così difficile,

quasi proibitivo, ottenere questi venti milioni in Finanziaria? Attenzione:

non venti milioni per questo o quel centro di ricerca o culturale, legato a

un potentato politico regionale. Non venti milioni per un'opera clientelare.

Ma venti milioni per l'intero sistema pubblico, una trentina di accademie e

un'ottantina di conservatori e istituti pareggiati. Contati e ricontati,

proprio l'osso e nulla di più. Perché, nella penuria di mezzi trovata, il

ministero dell'università in quest'anno e mezzo di governo ha ben cercato (e

anche con qualche successo) di trasmettere il messaggio che un euro usato

lavorando con intelligenza, entusiasmo, diligenza e fantasia vale dieci

euro. Ma l'euro ci deve essere. E invece, incredibilmente, anche quell'euro

sfugge, viene lesinato, forse non ci sarà. Così ci sono ormai accademie e

conservatori, anche di qualità, che rischiano di chiudere; e che

chiuderebbero, sia chiaro, pure se raddoppiassero le tasse agli studenti.

Istituti a cui basta poco perché con poco ormai si sono abituati a vivere.

Così come poco basta ai docenti per il rinnovo dei loro contratti, e che

oggi si sentono comunicare senza appello che i soldi che c'erano se ne sono

già andati tutti via per il rinnovo dei contratti della scuola.

 

Davvero il Paese vuole umiliare, marginalizzare, cacciare in cantina quel

sistema dell'alta formazione artistica e musicale che può esserne uno dei

più strepitosi gioielli? Certo, accademie e conservatori, da sempre lasciati

a se stessi da un'Italia incolta e senza progetti, hanno i loro difetti e i

loro ritardi. Le loro autoreferenzialità, le loro litigiosità e anche le

loro mediocrità (come, peraltro, anche il sistema universitario). Ma io le

ho girate in lungo e in largo, queste istituzioni. E vi ho trovato tesori

indescrivibili di bravura e di passione, geni giovanili purissimi, inventiva

e spirito creativo. Pianisti, violoncellisti, grafici, pittori, scenografi

d'eccellenza. E non posso accettare l'idea che per questo intero sistema,

per farlo sopravvivere, non si possano trovare venti milioni. Non voglio

criticare nessuno e niente. Nel mio anno e mezzo di partecipazione al

governo nessuno mi ha mai sentito dissentire pubblicamente da un collega,

nessuno mi ha mai sentito dire una parola non dico di pessimismo ma neanche

di disincanto. Ho recitato con convinzione assoluta e doverosa la parte del

soldatino al fronte. Ma risulta difficile vedere stanziare somme ingenti,

assai più ingenti, per opere e scelte di ogni tipo (tutte assolutamente

legittime, sia chiaro), compresi gli istituti di formazione privati, e

assistere all'apnea di un pezzo cruciale del nostro patrimonio formativo

pubblico, comprensivo - dobbiamo ricordarlo? - di valori inestimabili in

opere d'arte, architetture, biblioteche e archivi storici.

 

E tuttavia, passando dai princìpi di cultura civile alla politica purissima,

dirò di più. Davvero il governo, questa maggioranza, vogliono rinunciare a

dire davanti al Paese di avere per la prima volta restituito a dignità, di

avere dato prospettive di sviluppo a questo settore? Perché il paradosso

politico è proprio questo. Che con il governo Prodi viene attuata - dopo

otto anni di attesa! - la riforma dell'intero settore, che una legge del '99

portò a pieno titolo ("a costo zero", stava scritto...) nel sistema

universitario. Non solo. Mentre viene finalmente attuata la riforma, vengono

anche varati i poli di alta formazione artistica e musicale in alcune grandi

città (Genova, Milano, Napoli e Verona le prime), sistemi

economici-artistici in grado di cambiare radicalmente gli orizzonti, anche

internazionali, di queste istituzioni. Ed ecco che mentre si spinge in

avanti tutto il sistema, arriva il rigurgito del passato, la vecchia

ideologia del mettere l'arte in cantina. Così chi soffia contro il governo

ha buon gioco. Da giorni si susseguono le occupazioni di accademie e

conservatori. Napoli. Poi Roma. Lunedì Pesaro. E altre se ne annunciano. È

vero che gli studenti sono spesso disinformati, che vien fatto loro credere

che i loro titoli di studio siano carta straccia e che incontrarli nelle

loro assemblee può aiutare a fare chiarezza; ma essi esprimono comunque un

disagio autentico che nasce da una sensazione di fondo, quella che per loro

(più di sessantacinquemila) ci sarà sempre, alla fine, una condizione di

abbandono. E altrettanto esprimono i sindacati; i quali, umiliati nelle loro

(modeste) richieste, minacciano il blocco delle attività. Ma ha un senso

politico tutto questo? Ha un senso che proprio il governo che potrebbe

vantarsi di avere dato al paese una nuova, più avanzata formazione artistica

e musicale, diventi l'obiettivo di una protesta che sta dilagando nel paese?

Per venti milioni e per pochi altri milioni di rinnovo contrattuale? Dice

che l'Unione paga dall'inizio un difetto di comunicazione. Ecco, io sto

provando a ovviare a questo difetto dopo avere cercato con il ministro Mussi

di sensibilizzare i luoghi di decisione politico-parlamentare della

Finanziaria.

 

Mi rivolgo a chi può intervenire nelle sedi istituzionali, ma anche agli

intellettuali, a chi ha a cuore il futuro della nostra produzione artistica,

affinché questo taglio non si compia. Perché un chilometro di autostrada,

magari di qualche opera che rimarrà incompiuta, si converta nella

tranquillità minima di più di cento istituzioni di alta formazione artistica

e musicale. Al resto penseranno il lavoro, l'intelligenza, la parsimonia, la

passione, la fantasia. Perché l'uno si può moltiplicare per dieci. Lo zero

no.

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....testimonianza sui conservatori, scritta da un parlamentare, pubblicata dal quotidiano "L'Unità" dell'8 dicembre, e gentilmente trasmessami da un amico che non legge questo forum, è solo perché la ritengo onesta, equilibrata, verosimile e utile.

 

dralig

 

Da "L'UNITÀ" del 8 dicembre 2008.

Anche se il comportamento di Dalla Chiesa è stato tutt'altro che lineare nell'affrontare i problemi dei Conservatori, è da apprezzare che se ne parli e se ne scriva.

Ecco un altro articolo uscito ieri su l'Unità a firma di Luca Del Fra.

 

"Il disagio delle scuole di musica italiane dura da così tanto tempo che è facile confondere il soggetto con il complemento: il fatto incontestabile che sui Conservatori pesino problemi oramai annosi sta lentamente scivolando nella percezione che il problema siano i Conservatori stessi. Di qui probabilmente il taglio inopinato di oltre la metà dei fondi per il loro funzionamento, decisione prevista nella Finanziaria 2008; una scelta contro cui Nando Dalla Chiesa, sottosegretario al Ministero dell’università con deleghe all’Alta formazione musicale, si è opposto con un accorato appello pubblicato su l’Unità sabato scorso. Ma le ragioni di sfiducia sarebbero parecchie: se le attuali contestazioni degli studenti riguardano in primo luogo la spendibilità dei loro titoli di studio, la riforma del ’99, che equipara i conservatori alle università, giace come lettera non del tutto morta ma certo in gravi condizioni. Il tutto avviene in un Paese che conserva oltre il 50% delle fonti (manoscritti e stampe) della storia della musica europea e la cui tradizione musicale, avvertita come «gloriosa», è poco conosciuta e ancor meno frequentata attivamente dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Avvolta da anni in un pericoloso isolamento, la rete di 74 scuole di musica - 54 conservatori e 20 istituti pareggiati - in realtà si profila come contraddittoria, alternando senza soluzione di continuità ampi spazi di eccellenza, baratri d’ignoranza e una notevole medietà.

 

I problemi dei Conservatori affondano le radici nella loro storia che ha origine nel ‘600, quando bambini orfani e abbandonati erano accolti in strutture di carità dove gli insegnavano un mestiere e, tra tanti, anche la musica. Un «addestramento tecnico», al pari della cucina o del cucito, lontano dall’«alta cultura», in Italia corrispondente solo all’umanistica che ha sempre guardato alla musica con sospetto, illivorita dall’enorme successo riscosso dai compositori italiani nel mondo - basti pensare all’imporsi dell’opera a livello internazionale, mentre il teatro di parola con qualche eccezione s’immergeva nel canovaccio del vernacolo e latitava fino a Pirandello. Quando con l’unità d’Italia queste scuole passano allo Stato, il loro riconoscimento presentato come grande novità ricalca il vecchio modello francese creato da Luigi Cherubini in epoca napoleonica.

A cementare i preconcetti umanistici ci penserà la riforma Gentile, che sancirà l’espulsione della musica dalle scuole ordinarie destinando la maggioranza degli italiani a ignorare la sua tradizione musicale.

 

I Conservatori - in cui si studia approssimativamente nel periodo delle medie e superiori - diverranno sempre più scuole tecniche, dove si penserà a creare il «solista virtuoso», a promuovere il talento eccezionale, più che a formare un musicista culturalmente completo e in grado di suonare in gruppo o in orchestra, e dunque poco rispondente alla produzione artistica. Un impianto figlio di una scuola idealistica e destinato a protrarsi con lievi aperture per oltre 70 anni, sprofondando le scuole di musica in un universo chiuso e isolato, idoneo allo sviluppo di forti tensioni corporative, e trasformando il sistema in una fabbrica di disoccupati. Proprio al bisogno di assorbire i diplomati al proprio interno risponde la crescita esponenziale delle scuole di musica a partire dal Dopoguerra: venticinque nel 1947, settantaquattro oggi.

Lungamente auspicata, l’esigenza di una riforma del sistema si concretizza dopo notevoli discussioni nel dicembre del 1999 con la legge 508, votata trasversalmente dagli schieramenti politici. E purtroppo, come spesso capita alle norme bipartisan, il risultato più che a un progetto culturale ottempera a spinte corporative. Un guscio vuoto che rimanda per la sua applicazione a regolamenti e ordinamenti ministeriali, rinviati dal ceto politico - in particolare da Letizia Moratti quando era ministro - con tecniche da melina calcistica, indice ulteriore di disinteresse.

Accolta con tripudio dal mondo della didattica musicale, la riforma prevede che i Conservatori diventino in blocco istituti di Alta Formazione: un’arma a doppio taglio e non solo perché trasformare d’incanto 74 scuole in università obbedisce alla logica borbonica del «todos caballeros». Infatti, come la riforma universitaria, anche quella dei Conservatori è prevista a «costo zero» - che formula bizzarra! -, ma alle università che già erano tali era chiesto di ristrutturarsi, mentre ai Conservatori è stato intimato di divenire - a costo zero? - università. La differenza non è lieve.

 

Tra i dati positivi della riforma c’è l’allargamento dell’offerta formativa cui i conservatori spesso però non riescono a dare una risposta adeguata, poiché il salto culturale all’Alta Formazione non si compie per decreto. Basti considerare che a otto anni dalla promulgazione della legge il reclutamento dei docenti avviene ancora in base ai criteri delle scuole medie: anzianità di servizio, handicap, malattie, figli a carico nonché ricongiungimento al coniuge - ma non al convivente -: la parola merito è tabù. Un metodo accanitamente difeso dai sindacati con la complicità del Ministero, e la pesante conseguenza che ai Conservatori delle grandi città, i più ambiti, giungono nella migliore delle ipotesi docenti a fine carriera. Non a caso, sedi defilate come Trieste e l’Aquila si stanno rivelando le più vivaci e attive nel portare avanti la riforma, mentre controspinte verso il vecchio ordinamento affiorano a Milano e Roma. La conseguenza paradossale è che la riforma favorisce le sedi piccole, accelerando il declino di quelle grandi e accentuando la situazione a macchia di leopardo che contraddistingue la qualità dell’insegnamento musicale in Italia.

Non inserita in un progetto complessivo, la trasformazione in università lascia aperto un baratro: presso quali istituti avranno un’istruzione musicale di base i ragazzi che poi si specializzeranno in queste università musicali? Di fatto, ora i Conservatori sono costretti a mantenere il doppio ordinamento, pre e post riforma, con lo smacco che gli iscritti ai vecchi corsi sono molti di più rispetto ai nuovi. Nel frattempo sono state varate le scuole medie a indirizzo musicale: con un paio di mezz’orette di strumento individuale e un’oretta di solfeggio collettivo alla settimana, non paiono proprio una risposta seria, ma solo un altro luogo dove piazzare i diplomati dei conservatori.

 

Infine fa riflettere come l’applicazione del modello universitario all’Alta Formazione musicale, sancito da normative europee, stia creando non poche perplessità in paesi come la Francia e il Portogallo, orientati a creare un numero ristretto di super-conservatori che sfuggano alle logiche un po’ riduttive del triennio più biennio, non esattamente consone a creare un musicista completo. Se l’inferno è lastricato di buone intenzioni, è probabile che il demonio con la così benintenzionata riforma dei Conservatori abbia lastricato il suo salotto: meglio prenderne atto e provare a cambiare prima che sia troppo tardi.

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il problema sostanziale è che non ci sono i soldi! Possiamo girare, rigirare, giocarci, prenderci a parolacce, ma è li che si va a parare, alla fine. L'Italia è uno scempio, un tripudio di idiozia. E mi fermo qui...Può sembrare populismo, ma chi vive queste situazioni, come me, che non sa che cosa potrà fare dopo gli studi, è un tantino tragico. Nei licei non c'è traccia dell'insegnamento della musica! Ci rendiamo conto? E' uno scandalo, si insegna la storia dell'arte...ma quale arte? L'arte per il nostro Ministero è solamente la pittura, la musica non è arte. L'Italia, già patria del Belcanto, ora patria di idioti...

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Ben più grave è il fatto che gli operai di un'acciaieria muoiono sul posto di lavoro.

 

In Italia non ci sono le condizioni per poter pensare all'arte, e sono il primo a dire che i soldi andrebbero impiegati in altro modo.

 

Che schifo.

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Ben più grave è il fatto che gli operai di un'acciaieria muoiono sul posto di lavoro.

 

In Italia non ci sono le condizioni per poter pensare all'arte, e sono il primo a dire che i soldi andrebbero impiegati in altro modo.

 

Che schifo.

 

Dai Vladimir, i soldi sprecati non sono certo quelli usati per l'arte e la musica. Sono quelli per le armi e simili cose orribili.

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Sì, certo, ma non succederà mai.

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