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Angelo Gilardino

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  1. Il caldo c'è - inutile negarlo - ma ci sono anche i timpani, e proprio nell'incipit. Ha ragione. Timpani che io amo mescolare ai legni. ottenendo quel colore che - piaccia o non piaccia - c'è solo nelle mie orchestrazioni, e non in altri concerti per chitarra. dralig
  2. Alle 2.40 di stanotte, 24 giugno 2006, ho terminato di comporre il "Concerto di Novgorod" per chitarra russa eptacorde e orchestra. Consta di tre movimenti, dura circa 25 minuti e ha forma classica. Fa uso di uno stile contrappuntistico atonale e/o polimodale. La chitarra russa è accordata re-sol-si-re-sol-si-re, e comporre per tale accordatura implica la soluzione di problemi che sorgono qualora non si voglia subire lo stile modale puro e semplice, non adatto a reggere una composizione concertante di lunga durata. L'organico orchestrale è leggero ma variato: piccolo, flauto, oboe, corno inglese, clarinetto in si bemolle, fagotto, archi (4.4.3.2.1 al minimo), timpani. La chitarra dev'essere amplificata. dralig
  3. Non è difficile la ricerca è svolta accuratamente. Un pezzo di musica per chitarra è un tessuto con diversi fili. Bisogna individuare, nella maglia, ogni singolo filo e impararne bene il percorso. poi, bisogna effettuare il montaggio dei diversi fili. Tutto questo comporta uno studio di ogni singola voce (filo) ritmico e melodico, mentre il montaggio è uno studio che guarda alla combinazione verticale dei suoni (accordi, linee di una polifonia, melodia e accompagnamento). Se si svolge bene questo lavoro - che è di competenza della mente - il lavoro delle mani viene ridotto all'essenziale. Se invece si va a tentoni, "scoprendo" la musica nel momento in cui le dita la estraggono dalle corde, ci si mette su una strada senza fine... dralig
  4. Non è possibile diagnosticare la causa di una serie di errori senza prendere visione diretta della situazione, ma in generale si osserva che la stragrande maggioranza degli errori è causata dal fatto che la mente non ha assorbito con chiarezza il modello musicale che deve poi ordinare alle dita di riprodurre. Chi studia molto spesso non sa letteralmente che cosa deve fare, e infierisce sulle sue incolpevoli dita alla ricerca di una via d'uscita a problemi che invece risiedono nella mente. La tipologia di errori che Lei descrive sembra proprio questa. Quindi lo studio non deve essere orientato verso la ripetizione tentativa di qualcosa che non si ha bene in mente, ma verso la definizione mentale di ciò che si deve fare, prima di farlo fare alle povere dita. dralig
  5. Sia detto rispettosamente, sarà come arare il mare. Questa riforma non l'hanno voluta i politici , i quali - come sempre negli affari della cultura e dell'istruzione - hanno funzionato come riflettori di volontà altrui. Questa riforma è stata costruita dai conservatori medesimi, che sono diventati quello che volevano essere. Andare a dire oggi ai politici che la riforma non va bene, vuol dire sentirsi rispondere - sacrosantamente: e allora perché l'avete voluta? Volete imparare a suonare, a comporre, a dirigere, a cantare, sul serio? Bene, l'ultima cosa che dovete fare è iscrivervi al conservatorio. Lo dico nella piena coscienza del fatto che, in conservatorio, insegnano fior di musicisti e - nella fattispecie della chitarra - anche personalità artistiche di altissima caratura. dralig
  6. Vanno benissimo anche le pareti di casa, contro le quali si può arrotare l'unghia con estrema precisione. L'artigliatoio del gatto è pure atto alla bisogna, ma espone al rischio di venire azzannati dalla bestia che giustamente non tollera intrusioni nei suoi domini. In generale, direi che il problema non è come accorciare le unghie, ma come comportarsi nei riguardi di certi chitarristi che tengono unghie leopardiane. CS da Asti si aggira con il pollice destro armato di un'unghia che gli consentirebbe, con un solo fendente, di neutralizzare un duo di chitarristi, sgozzando il primo e cavando un occhio al secondo. dralig
  7. Imparare un brano vuol dire studiarlo analiticamente e questo garantisce un fissaggio alla memoria musicale. Se la mente ha assorbito un pezzo indipendentemente dalla pratica digitale, non lo dimentica più, e lo trattiene anche se il brano non viene materialmente eseguito per mesi. In caso di lungo accantonamento, alcuni dettagli possono svanire, ma è questione di un breve ripasso e tutto torna come prima. Se il pezzo già studiato si dissolve in pochi giorni, vuol dire che la mente non l'ha assorbito, e che è stato imparato solo gestualmente, cioè abituando le dita a ripetere i movimenti necessari a suonarlo senza però impossessarsi delle note indipendentemente dallo strumento. Questo modo di studiare è disastroso, non solo perché chi lo pratica sottoscrive un abbonamento sicuro ai vuoti di memoria in caso di esecuzioni pubbliche, ma anche perché è terribilmente dispendioso di tempo e di fatica: obbliga infatti a ripetere, non già per mettere a punto l'interpretazione, ma per fissare con la memoria periferica quello che la mente, istupidita e passiva, non fa. dralig dralig
  8. Concertista è colui che dispone di un dominio assoluto della tecnica, non colui che, a prezzo di centinaia di ore di lavoro, riesce a mettere in piedi, a furia di ripetizioni, un programma da concerto e lo suona tutta la vita, a patto di esercitarsi tutti i giorni sui medesimi pezzi. Il concertista, lo si vede dai primi mesi - vorrei dire dai primi giorni - del suo contatto con lo strumento: è un contatto spontaneo, che si svolge all'insegna della facilità. I problemi tecnico-meccanici che possono insorgere nello studio di un pezzo da parte di un concertista si presentano nell'ordine dell'eccezione, dell'idiosincrasia, del rifiuto inspiegabile di far svolgere alle dita un processo che, osservato dall'esterno, non risulta più difficile di mille altri che invece vengono compiuti dall'interessato senza nemmeno bisogno di pensarci. E' su queste "resistenze", che anche i virtuosi più dotati incontrano in qualche misura, che si costruisce il breviario della tecnica personale, ossia la serie di esercizi volti a tentare di domare le resistenze. Ciascuno ha le proprie "bestie nere", e ciascuno ha i proprii rimedi, pagati a prezzo più o meno caro di studio, e ciascuno deve rassegnarsi a lasciare qualche tipo di tecnica applicata nel libro dei sogni, perché non riuscirà mai a dominarli, nonostante lo studio più accurato. Il motto "conosci te stesso" è di importanza capitale per un concertista: nessuno ha facoltà di dominio sull'intero repertorio, l'importante è conoscerlo a fondo, anche nelle parti non accessibili, e non classificarlo in base alle proprie "resistenze", come purtroppo avviene tra chitarristi in modo riprovevole. dralig
  9. Sembrerebbe una provocazione, ma non lo è. Chiarendo se servisse il concetto: non si pretende e credo non auspichi neanche Angelo di poter assimilare con scioltezza la Sonata di Ginastera o la sua Sonata Mediterranea in un'oretta, ma di risolvere uno per uno, in tempi limitati, ognuno dei particolari problemi tecnici che questi brani presentano. I tempi di assimilazione di un brano sono determinati - come tu ben sai - da tanti processi (lettura, costruzione del modello interpretativo mentale, memorizzazione), e questi prendono tempi soggettivamente diversi. La risoluzione dell'ultimo ordine di problemi, quelli tecnico-meccanici, è invece istantanea: se uno sa quello che deve fare e come deve farlo, o cis riesce subito - o quasi - o non ci riesce più. dralig
  10. La tecnica fondamentale si impara nei primi due-tre anni di studio - non ne occorrono di più, se si è ben guidati - dopodiché si prosegue suonando il repertorio e non è più necessario fare esercizi di base, solo esercizi specifici che ciascuno deve costruirsi da sé. Imparata agli inizi la tecnica di base, l'incontro con il repertorio svela che: 1) ci sono delle applicazioni della tecnica che vengono risolte spontaneamente; 2) altre che richiedono un certo lavoro e vengono risolte; 3)altre ancora che resistono a qualunque lavoro. Gli esercizi personali derivano da queste applicazioni problematiche. Si isola il problema, e su quello si costruisce un modello di tecnica da espandere in una serie di applicazioni che mettono a fuoco il problema in modo specifico e peculiare, attaccandolo alla radice. Questo non sarebbe possibile continuando per ore ogni giorno a praticare una tecnica generica (scale, arpeggi, legature, etc) che tale problema non sfiora nemmeno: come i farmaci, la tecnica dev'essere specifica. Comunque, quando si è assimilata la tecnica di base, qualunque problema di tecnica specifica incontrato in un brano deve essere risolto nel giro di un'oretta di lavoro. Se, dopo un'ora di buon esercizio mirato, la soluzione non si trova, non la si troverà mai, ed è meglio lasciar perdere il pezzo. dralig
  11. Ma spero che con questo prossimo concerto da Maestro Gilardino, la chitarra russa smetta di russare ed infine svegli! Ieri, l'incipit con 24 battute, tutte orchestrate. Se proseguisse così, in capo a sei settimane il concerto sarebbe finito - ma non ci spero. E poi, bisognerà fare i conti con la parte di chitarra: io immagino, e scrivo, scrivo, ma chissà se funziona... dralig
  12. Christensen suonava bene, molto bene, e la musica di Sarenko è notevole. dralig
  13. Accidenti non lo so. Dal suono, direi che è un po' pià spessa di fasce, ma è solo un'impressione. Matanya ne ha parecchie - anche una nuova - e lui può essere preciso. dralig
  14. Il portale del LJ journal è http://www.livejournal.com/ dralig
  15. La chitarra esacorde è ovviamente e indiscutibilmente la chitarra per eccellenza. Esistono però delle varianti - famosa quella della chitarra decacorde adoperata da Narciso Yepes (anche se non inventata da lui, come molti credono). Ebbene, tra le chitarre "diverse", ce n'è una in particolare che ha accumulato, nell'Ottocento, un repertorio vasto e multiforme, prevalentemente orientato verso la musica a ispirazione popolare: la chitarra russa a sette corde, con accordatura re-sol-si-re.-sol-si-re. Tale strumento era popolarissimo in Russia. Lev Tolstoj, in "Guerra e pace", parla con una certa competenza delle due diverse chitarre, quella classica europea e quella russa. Quest'ultima, ha avuto i suoi maestri, sia nel campo dell'esecuzione che in quello compositivo. Nel Novecento, la chitarra classica esacorde ha avuto il sopravvento anche in URSS, e a far pendere la bilancia a suo favore furono anche - ammetto di non sapere in quale misura, ma presumo che sia stata rilevante - i concerti degli anni dal 1926 al 1936 tenuti in Unione Sovietica da Andrés Segovia. In questi ultimi anni, si sono manifestati alcuni segni di risveglio della chitarra russa grazie all'apporto di virtuosi e studiosi. Il chitarrista-musicologo più impegnato nella ricerca e nella valorizzazione della chitarra russa è certamente Matanya Ophee, che ha pubblicato con le sue Editions Orphée una vasta antologia in otto volumi di autori russi. Li ha adattati alla chitarra esacorde, ma questo non preclude la conoscenza della loro musica. Un interprete interamente dedicato alla chitarra russa è Oleg Timofeyev, che ha inciso un CD contenente alcune opere di Matvei Pavlov-Azancheev, un compositore-chitarrista russo che scrisse il suo capolavoro, una vasta Sonata, mentre era imprigionato in un gulag per supposti motivi politici. Insomma, è un mondo con valori e caratteri molto specifici e particolari, che io trovo affascinanti: il suono grave e profondo della chitarra russa mi attrae non meno di quello della nostra chitarra classica, in modo diverso. Fu così che due anni fa scrissi un pezzo per chitarra sola intitolato "Ikonostas", adoperando, se non proprio la chitarra russa, una chitarra esacorde accordata re-sol-re-sol-si-re. Il brano è stato pubblicato da Matanya Ophee e sta per uscire anche la sua prima registrazione discografica per mano di Alberto Mesirca, che ha intitolato "Ikonostas" tutto il suo CD. Recentissimamente, negli Stati Uniti i cultori della chitarra russa si sono riuniti in una sorta di congresso. Ho letto nel blog di Matanya le sue entustiastiche cronache dell'evento, e - morale della favola - oggi incomincio un'impresa un po' folle: comporre un concerto per chitarra eptacorde russa e orchestra. Ho chiesto aiuto ai miei migliori amici per avere da loro perentorie dissuasioni, e ho scoperto che sono i miei migliori aguzzini, perché mi hanno unanimemente incoraggiato a proseguire in questo tentativo. Anzi, Timofeyev mi ha pure scritto di sbrigarmi senza fare tante storie. Questo è il mio sciaguratissimo mestiere. dralig
  16. Qualunque profilo della relazione dito-corda è utile, purché l'unghia scivoli lungo la corda senza opporvisi frontalmente. L'unghia non deve mai trattenere la corda per rilasciarla di colpo, ma accompagnarla nel rilascio dopo averla deformata: detto questo, ciascuno si trovi da sé le proprie angolazioni. Io non ci sono mai riuscito, nel senso che l'angolazione che mi permetteva di estrarre dalla corda il suono che prediligevo richiedeva un assetto della mano meccanicamente disastroso, mentre, per mantenere la mano in un assetto meccanicamente conveniente, ero costretto a un suono che, tra quanti ne potevo estrarre, non era il migliore. Chi riesce a mettere d'accordo fattore meccanico e fattore estetico ha trovato il modo di avere la botte piena e la moglie ubriaca. dralig
  17. Mi piace ricordare le grandi artiste della chitarra non più viventi, cioè le figure storiche, senza pretesa di completezza e limitandomi ai nomi più importanti: innanzitutto Emilia Giuliani Guglielmi (Vienna, 1813 - ivi, ?), figlia del grande Mauro, chitarrista e compositrice; e poi Sydney Pratten (Catharina Josepha Pratten) nata nel 1821 a Mulheim in Germania, morta nel 1895 a Londra, dove visse), chitarrista virtuosa, compositrice e didatta (suonò a Londra in un concerto al quale prese parte anche Giulio Regondi) e, meno brillante, la di lei sorella minore Julia Pratten. Figure femminili di chitarriste delle quali non sappiamo molto emergono anche dalle dediche delle composizioni di grandi autori quali Sor (per esempio, Athenais Paulian, ma è solo uno dei molti nomi). Poi. dobbiamo ricordare le figure storiche delle grandi allieve di Francisco Tarrega: Josefina Robledo - concertista insigne che rinunciò alla carriera per il matrimonio -, Pepita Roca e l'italiana Maria Rita Brondi, autrice di un volume di storia della chitarra pubblicato dall'editrice Bocca di Torino. Figura di grande rilievo fu quella di Teresa De Rogatis maritata Feninger, pianista, chitarrista e compositrice - le cui opere rivelano un ingegno e una preparazione musicale assolutamente senza pari tra chitarristi; e, tra le grandi chitarriste del Novecento, si alzano le figure di Maria Luisa Anido, Luise Walker e Ida Presti, quest'ultima la più grande chitarrista che io abbia mai ascoltato di persona. Non dimenticherei Sara Stegani, la più brava allieva di Luigi Mozzani, e la di lui nipote, Carmen Tamburini Lenzi Mozzani, che ho conosciuto di persona nell'ormai lontano 1966 e che mi aveva predetto per filo e per segno quella che poi fu puntualmente la mia carriera artistica. dralig Non dimentichiamo anche i nomi di: Elena Padovani, Renata Tarrago, Natalia Ivanova-Kramskaia, Brigitte Zaczek, Raphaella Smits, Suzanne Mebes, Maria Kämmerling, Antigoni Goni, Blanca Prat, Lucille Saab, Graciela (Chelita) Pomponio, Naoko Yamashita, Eva Fampas, Adolfina Raitzin de Tavora, Olga Coelho, Tali Roth, Liat Cohen, Esther Bromberger, America Martinez, Maria Esther Guzman, Galina Vernigora (Vale), Vania del Monaco, Toyoko Yamashita, Maritta Kersting, Ursula Peters, Catherine Liolios, Anastasia Bardina, Valentina Fadeeva, Victoria Zhadko, Iadviga Kovalevskaia, Evgenia Riabakon, Griselda Ponce de Leon, Wanda Palac, Alina Gruszka, Consuelo Mello Lopez, Nicola Hall, Nicola Culp, E l'più importante di tutti: Margarita Escarpa. Mi ero limitato alle grandi chitarriste e chitarriste-compositrici non più viventi. Matanya. La maggioranza di quelle che tu - giustamente - elenchi è ancora sotto il sole. dralig
  18. Mi piace ricordare le grandi artiste della chitarra non più viventi, cioè le figure storiche, senza pretesa di completezza e limitandomi ai nomi più importanti: innanzitutto Emilia Giuliani Guglielmi (Vienna, 1813 - ivi, ?), figlia del grande Mauro, chitarrista e compositrice; e poi Sydney Pratten (Catharina Josepha Pratten) nata nel 1821 a Mulheim in Germania, morta nel 1895 a Londra, dove visse), chitarrista virtuosa, compositrice e didatta (suonò a Londra in un concerto al quale prese parte anche Giulio Regondi) e, meno brillante, la di lei sorella minore Julia Pratten. Figure femminili di chitarriste delle quali non sappiamo molto emergono anche dalle dediche delle composizioni di grandi autori quali Sor (per esempio, Athenais Paulian, ma è solo uno dei molti nomi). Poi. dobbiamo ricordare le figure storiche delle grandi allieve di Francisco Tarrega: Josefina Robledo - concertista insigne che rinunciò alla carriera per il matrimonio -, Pepita Roca e l'italiana Maria Rita Brondi, autrice di un volume di storia della chitarra pubblicato dall'editrice Bocca di Torino. Figura di grande rilievo fu quella di Teresa De Rogatis maritata Feninger, pianista, chitarrista e compositrice - le cui opere rivelano un ingegno e una preparazione musicale assolutamente senza pari tra chitarristi; e, tra le grandi chitarriste del Novecento, si alzano le figure di Maria Luisa Anido, Luise Walker e Ida Presti, quest'ultima la più grande chitarrista che io abbia mai ascoltato di persona. Non dimenticherei Sara Stegani, la più brava allieva di Luigi Mozzani, e la di lui nipote, Carmen Tamburini Lenzi Mozzani, che ho conosciuto di persona nell'ormai lontano 1966 e che mi aveva predetto per filo e per segno quella che poi fu puntualmente la mia carriera artistica. dralig
  19. I chitarristi che lo compongono avranno 30-35 anni. Erano attivi fino a un tre anni fa. Bravissimi. dralig
  20. http://www.voltairenet.org/article130273.html Questo? Bravissima! In effetti, Cristiano citava un detto ricorrente nel grandissimo libro di Guimaraes Rosa, il James Joyce brasiliano. Si tratta di una narrazione in prima persona fatta dal protagonista - un vecchio brigante ora a riposo - a un ascoltatore fuori campo, un giovane aristocratico del quale non si saprà mai nulla, che il narratore tratta come un allievo privilegiato. La frase "La vita è pericolosa" ricorre come leit-motiv da un capo all'altro del racconto. E indubbiamente, per gli eventi narrati, si può ben dire che il vecchio jagunco l'abbia scampata bella. Ma aveva una speciale protezione...un patto che lo rendeva infallibile con la mira (ogni colpo sparato, un nemico che ruzzolava a terra)... dralig
  21. L'opera completa per chitarra di Fernando Sor è stata pubblicata dalla casa editrice britannica Tecla, con facsimile delle edizioni d'epoca. Si trova comunque - sempre in facsimile - anche gratuitamente su Internet al sito: http://fernandosor.free.fr/SorOpusAngl.html Lo stesso dicasi per l'opera omnia di Mauro Giuliani, ristampata da Tecla. Buona parte è disponibile gratuitamente nel fondo danese Rischel. Le opere di Weiss sono in gran parte ineseguibili sulla chitarra. dralig Come mai Maestro si ritiene buona parte della musica del compositore tedesco ineseguibile sulla chitarra? Non sono io a ritenerla ineseguibile. Lo è oggettivamente, data l'estensione e la tessitura dello strumento per il quale la musica fu scritta. Basta guardare l'intavolatura o una trascrizione in notazione mensurale non purgata. Quindi, per suonarla con la chitarra, bisogna metter mano alle forbici... dralig dralig
  22. Non credo che abbia un sito. Il negozio si chiama Casa de la Guitarra, sta a Madrid, vicino al teatro dell'opera, ed è di proprietà di Melchor Rodriguez, chitarrista. La casa editrice è lo stesso negozio. Saprei trovarlo (ci ho tenuto un seminario, anni fa), ma non ne ho l'indirizzo. Sulle edizioni, è scritto: Soneto, Ediciones Musicales, Apartado de Correo n. 352, Fax y Tel (91)4675391, Madrid. dralig Ho trovato anche l'indirizzo: Calle Espejo, 15, 28013 Madrid. Nella piazza del teatro dell'opera, guardando il teatro, è una viuzza a sinistra, che si arrampica. Nelle vicinanze, c'era una taverna dove facevano il pollo asado, una meraviglia. Melchor fu allievo di Salvador Garcia, il leggendario Panche Verda, allievo di Tarrega non incluso nel novero degli allievi ufficiali da Pujol. Era il migliore di tutti. Melchor racconta come e perché non fece carriera. Cose dell'altro mondo... dralig
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