Già .
La scrittura chitarristica mi attira perchè da uno strumento con così tante implicazioni tecniche (che riguardano i "limiti" della sua stessa natura), è possibile, lavorando a sfavore, tirare fuori una marea di risorse.
Nell'accoppiamento di più chitarre mi pare però di capire che si tratta di compiere un processo mentale diametralmente opposto e quindi di rimettere in discussione tutto l'operato.
Scrivere con cognizione di causa per 4 chitarre è qualcosa di tremendamente complesso.
Ci si ritrova ad armeggiare con 4 strumenti polifonici, uguali.
Quindi, non li si può utilizzare come 4 voci distinte, in questo caso la traslitterazione eidetica dal quartetto d'archi non è di alcun aiuto, ma allo stesso tempo si corre il rischio di creare un panino cacofonico terribilmente indigesto.
Qualcuno mi cavi da questo impiccio.
Io credo che la mancanza di contorni, o di confini, sia qualcosa di insito nel linguaggio musicale.
La musica strumentale non veicola mai un significato definito; porta del senso, quello degli innumerevoli grigi, anche quando i suoi colori appaiono accesi.
Mi pare che un chitarrista tedesco trascrisse la V di Beethoven per tre chitarre...magari a qualco è venuto in mente di trascrivere lo Stabat MAter di Pergolesi...perchè stupirsi?
No!
Le papillon è le papillon; l'op.46, cioè il mazzo di fiori, è appunto un'altra opera.
Se vuoi fare bella figura dicendo qualcosa a proposito de Le papillon puoi dire che trattasi di una raccolta di brevi pezzi sotto la cui scorza è rinvenibile una sorta di traslazione in forma di galleria di un' immaginaria opera lirica.
In fondo il papillone vola di fiore in fiore...
Ovviamente assumendoti la responsabilità di ciò che dirai.
Ah, interessante.
Non so se conosci il film "Uccellacci ed uccellini" di Pasolini.
Nell'episodio in cui Totò deve predicare Dio a tutte le creature viventi e decide di parlare ai passeri, si dimostra come la forma mentis che ci condiziona vada a scapito del dialogo con chi parla un linguaggio diverso; Totò infatti, dopo mesi di mesi di immobili preghiere che lo vedono trasformarsi in sostegno per le piante di pomodoro, riesce finalmente a cinguettare...per poi accorgersi che il linguaggio parlato dai passeri è in realtà quello dei saltelli che compiono.
Qualcuno mi sa dare qualche informazione su quest'opera incompiuta di de Falla?
So che ci lavorò per un lasso di tempo spropositato, praticamente abbandonando ogni altro tipo di lavoro e che nelle intenzioni del compositore avrebbe dovuto essere una sorta saga celebrativa della regione iberica.
Si trova su cd?
Certo che per dare dell'incompetente a quel sommo cesellatore che era Ravel, uno che su alcune composizioni ci ha lavorato per ANNI, ci va una bella faccia tosta!
L'ego degli interpreti, a volte, rasenta la follia...d'altronde, Toscanini era fatto così...
Ghiglia è un acuto interprete di Bach.
Sentii questa suite in concerto alcuni anni fa e rimasi impressionato dalla profondità dell'esecuzione.
Come ha detto Marcello, questa revisione risponde ad una visione.
Però, forse sarebbe logico studiarla sotto la sua diretta supervisione: credo che questo tipo di revisioni, così rispondenti ad un modello estetico personale, perdano un po' di senso quando manca l'apporto diretto di chi le ha curate.
Direi che Starobin, come chitarrista, è agli antipodi ripsetto a Barrueco.
Sono due visoni dello strumento, e della musica, antitetiche.
Non conosco il disco che hai citato; nel repertorio ottocentesco (Sor, Giuliani,Regondi) è secondo me un interprete dotato di grande stile.
Che ognuno è libero di fare le proprie scelte.
Quelle fatte da Barrueco, probabilmente, sono il risultato di una sua riflessione sul mondo della chitarra classica ed i suoi spazi.
Personalmente, in funzione delle sue scelte, ho smesso di comprare i suoi cd.